23/09/2007 | di Alberto Di Felice
*½ Il film di David Mackenzie (Young Adam) è pieno di problemi (la banalità della tresca è forse il minore) che lo rendono né carne e né pesce, o magari peggio. Tratto da un romanzo di Patrick McGrath (da lui anche Spider di Cronenberg) e adattato da Patrick Marber (Closer, Diario di uno scandalo) e Chrysanthy Balis, Follia non è di quei film che ti dicono subito dove si dirigono, forse perché gli manca poco per andare del tutto fuori controllo.Per due terzi della sua durata il personaggio privilegiato è Stella Raphael (Natasha Richardson, anche produttrice), moglie di uno psichiatra (Hugh Bonneville, Iris) che nell'istituto fuori Londra in cui si sono appena trasferiti si innamora del paziente bello e omicida Edgar (Marton Csokas, Æon Flux). In un tira e molla fra fedeltà all'ordine patriarcale e diserzione (che vedremo comunque non prevede possibilità di scampo), a mezz'ora dalla conclusione la pellicola dichiara la sua vera chiave di lettura portando in primo piano il Dr. Peter Cleave (uno Ian McKellen che può fare con squisitezza quello che vuole), fino ad allora intento a macchinare più o meno celatamente.
È quasi un sollievo, perché l'abbiamo sempre saputo che in realtà era di lui che dovevamo preoccuparci. Apprendo che nel libro Cleave era la voce narrante, e realizzo che il cambio di impostazione è stato fatale. Lo scivoloso Cleave addossa su di sé l'ingrato e un po' disgustoso compito (e che sia un omosessuale come McKellen a farsi carico del personaggio è alquanto perverso) di impersonificare quasi da "mostro" tutta la perversione e la doppia morale gretta e conformista che il film vorrebbe farci intendere con la sua ambientazione, sul finire degli anni '50 all'interno di un ospedale psichiatrico dove, di fianco ai pazienti, le famiglie dei dottori sono i veri «confinati e confusi», come viene avvertito il dottor Raphael quando gli danno il benvenuto.
















