25/09/2007 | di Alberto Di Felice

Storia sincronizzata, e paura, al taglio

2001 non è a mio parere il miglior film di Kubrick, ma fra capolavori questo ha poca importanza. È però quello che più ironicamente spiega le sue intriganti domande, enigmi, spettacolari idee. Un cinema in cui risulta più proficuo rimanere nelle combinazioni stimolate dai confini visuali e sensoriali che plasma, analizzandole in modo frammentario. La trama non è mai l'elemento necessario nello sviluppo della narrazione: c'è sempre qualcos'altro che sta succedendo in realtà, e quando si inizia a scoprire cos'è, si capisce che è qualcosa di più misterioso di quanto abbiamo visto fino a quel momento.
Nonostante quello di Kubrick sia un cinema che ha un'apparente linearità narrativa, infatti, ricavarne qualcosa di unico e determinato è impresa destinata al fallimento: questo è perché, in realtà, riflette una struttura di circolarità e di blocco. Il monolito, su cui analisi esistono in numero infinito, rappresenta la materializzazione ultima di questo incepparsi, il sommo punto interrogativo. Di fronte ad esso probabilmente la risposta appropriata è quella di provare timore, rimanere angosciati e allarmati dalla sua presenza. «Ho paura... Lo sento...»: per capire il film, forse, anziché sapere cos'è il monolito bisogna partire dal fatto che la sensazione di terrore che è chiamato a stimolare viene percepita e manifestata da un computer.
Il momento più emblematico del film è il famoso taglio dall'osso, che la scimmia lancia in aria dopo averlo usato per uccidere, alla navicella in viaggio verso la Luna. Il taglio avviene su una caduta: l'osso sale e poi inizia la sua discesa. Taglio. La bianca astronave si adagia gentilmente nel balletto stellare (il “Danubio blu” di Strauss, musica del diciannovesimo secolo, accompagna tecnologia del ventunesimo) e sincronizza i suoi movimenti con quelli della stazione spaziale. La morte, l'osso, sembra tramutarsi in un istante nella vita, l'elettrizzante viaggio nello spazio.
Questo taglio nasconde tutto, ogni periodo e spazio cosmico di mezzo: il tempo stesso viene inghiottito. Solo la presenza ironica di un valzer ci ricorda il passato. Con questo montaggio, Kubrick crea continuità, ma con una discontinuità interna. Facendo un balzo attraverso secoli di storia, usa il taglio in maniera letterale: taglia via tutto quello che è fra l'osso e la navicella. Allo stesso tempo crea un'associazione: taglia in movimento (tipico del montaggio invisibile), ma il movimento sembra non avere un collegamento esplicito al di là della somiglianza visiva e cromatica degli oggetti. Anche se la sequenza immediatamente successiva mostra una bellezza astrale di pura calma, il salto nel buio e l'interrogativo che questo salto sottintende rimane nelle nostre menti e si muove come un'ombra, e poi una realtà, in tutto il film.

















