26/09/2007 | di Alberto Di Felice
The Family Man**½ Penso che "Un canto di Natale" di Dickens rimarrà in eterno una storia della quale il mondo non potrà mai fare a meno, così come mai potrà mai fare a meno de La vita è meravigliosa — o del Natale tout court (per sogno imperfetto che possa essere), se bisogna dirla tutta. È per questo motivo che candidamente non posso che sorridere a chi rinfaccia le sue origini al film di Brett Ratner accusandolo, come si è soliti fare quando si vuol pensare poco e sbarazzarsi della matassa (e posso capire che la tentazione ci sia: Ratner è tristemente famoso per essere associato a Rush Hour), di essere un'invereconda scopiazzatura.

Rivedo sempre volentieri The Family Man. Poco mi importa anche che un altro film
uscito qualche mese prima, Nei panni dell'altra (che non ho visto), sembri anticiparne la trama un po' troppo da vicino. C'è chi parla di melassa, ma per quanto mi riguarda il tono di questo film è semplicemente perfetto, un amalgama di elementi calorosamente familiari mischiati con equilibrio. Sarà che Nicolas Cage e Téa Leoni sono bellissimi (più la Leoni) ed affiatati, ma mi ci perdo splendidamente, esattamente come ci si deve perdere in un bell'adattamento di Dickens.

Concentrerei la mia attenzione sul finale, che a mio avviso oltre a continuare con la stessa misura può spiegare perché questo film non è una flaccida opera di indottrinamento delle classi subalterne, per farle stare buone e contente mentre il potere capitalistico le sfrutta.

Jack va da Kate all'aeroporto, la situazione è la stessa (o quasi) che anni prima li ha separati. Kate lo ferma, gli fa il discorso della donna adulta che ha dimenticato e può vivere senza quello che forse ha perso per guadagnare altro; Jack le racconta la loro vita parallela, spera che da qualche parte in lei possa rispolverare dei ricordi. E qualcosa di fatti succede: d'improvviso le versioni alternative si riuniscono in una sorta di un universo tangente, anche solo nello sguardo di lei che sembra ricordare o contemplare un'idea guardando nel suo che le appare così sincero. La conclusione non ci viene imposta dall'alto: Jack e Kate, mentre i titoli di coda iniziano a scorrere, sono solo al bar che si parlano. Non sappiamo di cosa e non sappiamo dove li porterà. Possiamo solo fantasticare sulle possibilità.

In precedenza Jack, dopo essersi risvegliato nella sua vera vita il giorno di Natale, aveva guidato fino alla villetta nel New Jersey in cui viveva con Kate e i loro due figli Annie (Makenzie Vega) e Josh (i gemelli Jake e Ryan Milkovich). Ovviamente, la sua vita per come l'aveva vissuta e amata nelle ultime settimane era scomparsa. Il film non gioca più con magie, lascia anche noi con la chiara sensazione che, se il futuro può essere rimodellato, quel passato che ci ha offerto è per sempre perso come eventualità sfumata. Ora magari Kate non partirà più per Parigi, ma gli anni sono passati per lei come per Jack, e la loro vita insieme, se vorranno ricostruirla, non sarà in quella villetta nel New Jersey con Annie e Josh.
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Commenti
#1   26 Settembre 2007 - 14:13
 
Ma si può?
Il buonismo deteriore a uno dei suoi apici? La furbizia e la malafede hollywoodiane erette a statuto?
Vabbe...
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#2   26 Settembre 2007 - 15:56
 
Lo sapevo che l'avresti sparata-- Però devo ancora trovare qualcuno che mi spieghi in maniera sensata questa cosa, seriamente. Senza sparare aggettivi disgustati che dicono ben poco, o nulla.
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#3   27 Settembre 2007 - 01:56
 
per ora devi accontentarti del ricordo visto che per cio che tu vuoi mi serve un revisione...
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