02/10/2007 | di Alberto Di Felice
Fino all'ultimo respiro***½ La stretegia di Fino all'ultimo respiro è quella di manipolare apertamente la comprensione dello spettatore. Quando ucciderà Michel (Jean-Paul Belmondo) avrà rispettato nell'insieme tutti i temi del noir, ma avrà abbandonato ogni logica interna relativa ai personaggi, al tema o alla chiusura. Godard adultera le informazioni disponibili al livello micro dei jump cut sia nei più ampi movimenti fra scena e scena.

Ad esempio, alla fine della sequenza, lunga quasi tre minuti, in cui Michel chiacchiera con  Patricia (Jean Seberg) intenta a vendere i giornali, Michel esce dall'inquadratura dopo essersi messo d'accordo per incontrarla la sera stessa. Quando d'improvviso Patricia corre ad inseguirlo. Per l'intera sequenza, la camera è stata in una posizione bassa (col direttore della fotografia Raoul Coutard seduto su un carrello), ma ora la musica squilla a gran voce, ogni altro suono viene eliminato e l'inquadratura diventa dall'alto, ad osservare Patricia che occorre nella direzione opposta. Patricia ferma Michel al chiosco e gli dice qualcosa (forse sta cambiando il luogo dell'appuntamento) prima che lui si allontani.

Dopo aver ascoltato tre minuti di una discussione nata e continuata come spontanea, non sentiamo come finisce. Michel si allontana, rifiuta di comprare un Cahiers du cinéma, vede un uomo ucciso, legge sul giornale del suo omicidio del poliziotto ed entra nell'agenzia di viaggi.

Lo stile di Godard enfatizza l'arbitrarietà della costruzione narrativa, crea una permanente ambiguità e chiama inaspettatamente l'attenzione al lavoro della significazione. Che sia nella conversazione nell'appartamento di Patricia, o quando Michel ruba una macchina mentre Patricia aspetta, o quando i due si intrufolano in un cinema per nascondersi, smembramenti a livello micro e macro sfidano le nostre aspettative, e le normali convenzioni narrative.
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