02/10/2007 | di Alberto Di Felice
Metropolis***½ La reazione che ho io oggi di fronte a Metropolis di Lang è ancora quella ambivalente che avevano i primi spettatori. H. G. Wells lo definì «il film più sciocco» che avesse mai visto. E in effetti, quando si va al nocciolo della pellicola non si può non deriderlo di fronte allo spettacolo e visione artistica che vengono raggiunti a livello tecnico e formale. Lo stesso Lang, fuggito in America dopo aver resistito alle lusinghe naziste (al contrario della moglie Thea von Harbou, autrice prima del romanzo e poi dello script), dichiarò di detestarlo. Si può dire che Metropolis sta a Lang come Dune sta a Lynch.

Il fascino ma anche i problemi di Metropolis derivano dal fatto che è il risultato non tanto o non solo della visione di un autore, quanto di diverse e contraddittorie inclinazioni. Combina così tante correnti culturali, politiche ed artistiche del suo tempo, che è accalcato al punto di essere incoerente con idee, citazioni, allusioni e visualizzazioni: da triangoli edipici a simboli cristiani, da un'architettura moderna futuristica a cattedrali gotiche, da figure mitiche a citazioni bibliche, alle ultime meraviglie tecnologiche.

È precisamente la ricchezza di questo miscuglio che causa risposte varie e contrastanti. Questo mix eclettico di elementi culturali spiega forse più dell'eredità immaginaria che si è lasciato dietro (per me, in nessuno più che nel Burton di Batman – Il ritorno, ma forse soprattutto in quello di Nightmare Before Christmas) perché Metropolis è rimasto popolare ed imprescindibile.

Nonostante il suo fallimento nel congiungere "la mente" e "la mano", nonostante l'ingenuità di quella mediazione pericolosamente fanciullesca che mostra qualche comunanza con l'ideologia nazional-socialista. Il film è in buona parte travolto dal suo essere spattacolo e visione (è il capolavoro voyeuristico della fantascienza), permettendoci di sfuggire alla struttura restrittiva di mente, mani e cuore.
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