06/10/2007 | di Alberto Di Felice
**** Roma, città aperta è fortemente dipendente dalla sua dimensione convenzionale di dramma di guerra. Eppure lo stile ed il metodo del film lo sottraggono a classificazioni generiche quali film di guerra, melodramma, o documentario. Il realismo di Roma, città aperta non è tecnico —profondità di campo, piani sequenza e l'uso di attori non-professionisti, scene in esterno, ellitticità e stile documentario erano già parte della storia del cinema—, ma concettuale: la sua innovazione risiede nel sottile trattamento concettuale delle immagini, che in modo auto-riflessivo le situa in una struttura narrativa identificabile e al contempo sottolinea la loro natura artificiale.La Roma del titolo annuncia non solo il luogo dell'azione, ma anche l'importanza che ha negli eventi che vi si svolgono nei cinque giorni coperti dalla storia. Il movimento attraverso la città guida la narrazione dall'inquadratura dall'alto in apertura, con i soldati tedeschi che marciano per le strade, fino alle immagini finali dei ragazzini che si muovono verso San Pietro.
Il film non cerca solo di documentare il décor proletario, ma si focalizza sull'osservazione della macchina da presa sul luogo stesso. Il suo uso del paesaggio pone l'accento sul movimento dei personaggi, e sui lacci ad esso —movimento associato alla visione cui si mostra, ai personaggi l'un l'altro ed allo spettatore che li segue—, sull'opposizione fra gli spazi centralizzati e chiusi della dominazione nazi-fascista e quelli decentralizzati, frammentati e dispersi della resistenza, in cui il caso e l'opportunità possono esistere.
L'immagine più memorabile del film è quella della morte di Pina (Anna Magliani), fucilata per strada mentre insegue il camion dov'è Francesco (Francesco Grandjacquet), che diventa figura emblematica di martirio religioso —quando cade, Don Pietro (Aldo Fabrizi) si china a cullare il suo corpo a mo' della pietà. Ma Pina non è l'unica figura femminile del film, e per di più sparisce relativamente presto. Pina e le altre —Ingrid (Giovanna Galletti), Marina (Maria Michi) e la sorella di Pina, Lauretta (Carla Rovere)— sono un indice del metodo della narrazione e dei suoi progetti per lo spettatore.
La femminilità è centrale alla forma del film. Vengono create associazioni familiari, ai limiti del populismo: figura materna, dominatrice lesbica, attrice, prostituta. I personaggi femminili —con la parziale eccezione della Magnani— non sono concepiti in modo realista, come figure individuate a tutto tondo con cui lo spettatore deve identificarsi: sono messaggi cifrati che provocano incertezza sulla qualità e la direzione dei loro ruoli.
















