09/10/2007 | di Alberto Di Felice

La redenzione delle sigarette
Fight Club è un film digitale, e Fincher è fra gli autori più digitali. Ha una concezione naturalmente fotogrammetrica dello spazio, pensa all'inquadratura ed ai movimenti con assoluto anticipo rispetto al momento di girare. La tecnologia CGI fa il resto. La cosa più interessante del film ha però radici antiche, analogiche.
A poco più di mezz'ora dall'inizio, il narratore (Edward Norton) racconta dei lavoretti di Tyler Durden (Brad Pitt). Col classico espediente del cinema nel cinema, il primo dei due lavori che ci vengon presentati è quello di proiezionista. Qui Fincher ci spiega qualcosa che in realtà ci ha fatto vedere già nei primi due rulli: le bruciature di sigaretta. Non a caso, un grande cineasta come Lynch nel suo ultimo INLAND EMPIRE fa guardare la sua protagonista proprio attraverso una bruciatura di sigaretta: il cinema, la realtà, l'illusione della realtà, la finzione, l'io, sono nelle pieghe della superficie liscia dello schermo, è lì che bisogna volgere lo sguardo.
Alla fine del dodicesimo minuto di proiezione abbiamo assistito, senza accorgercene, a quattro bruciature imposte volontariamente sulla pellicola. Iniziano (ancor più subliminalmente) quando il narratore è a far delle fotocopie, fissando lo spazio dell'ufficio davanti a lui da automa in preda all'insonnia; si fermano (per quasi cinque minuti) dopo la prima riunione del gruppo di supporto per il cancro ai testicoli, e l'ultima si ripresenta quando Marla (Helena Bonham Carter) conclude allontanandosi sullo sfondo la sequenza che mostra il suo ingresso incendiario nel film (e l'ultima volta che vediamo la sua faccia nella sequenza, sta fumando).
Tyler —nel più distruttivo degli attacchi al sistema massificato: corrompere la visione di un film per famiglie— inserisce il fotogramma di un film porno nell'intervallo fra un rullo e l'altro, a sostituire la classica macchia sullo schermo. Fincher fa qualcosa di simile, stampando in matte più volte per un singolo fotogramma l'immagine di Durden: ancor prima di incontrarlo, il narratore lo vede, e come noi non si accorge di vederlo. È un'associazione inconscia, da occhio interiore, che riorganizza lo spazio nella sua dimensione piana, duale, ancor meglio delle evoluzioni stereoscopiche digitalmente guidate della camera, che vengono inaugurate sin dalla prima scena, dal viaggio nelle sinapsi dei titoli di testa, dall'impulso chimico della paura, fino a tagliare ai quattro lati della visione del protagonista, con la camera che precipita giù per il grattacielo fino a mostrare il parcheggio sotterraneo con il furgone.
In ognuna di queste quattro bruciature, il narratore sta semplicemente guardando. Nella prima fissa inebetito il vuoto, nell'ultima fa per distorgliere lo sguardo. In ogni caso, per rendersi conto di quello che gli sta succedendo (e per reagire nel modo giusto, cosa che il personaggio del film non farà se non alla fine) non deve né scendere nello scantinato di un bar né trasferirsi in una baracca simil-vittoriana: dovrebbe solo guardare, la risposta è sovrapposta al reale e non laterale ad esso. Significativamente, nell'ultima bruciatura Tyler è letteralmente sovrapposto a Marla, fatto che assieme ad altri favorisce una lettura del personaggio della Bonham Carter come un altro doppio —in questo caso reale— del narratore: narratore, Tyler e Marla sono disposti in fila, da sinistra a destra, e Tyler è l'indizio di una distorsione del rapporto fra i due, e di riflesso fra il narratore e la realtà. Contrariamente al suo aspetto che sembra identificarla come dark lady malefica, dunque, Marla è la personificazione della redenzione che attende il protagonista.
Fincher conclude il film con un'ultima bruciatura. Mentre Norton e Bonham Carter si tengono la mano sullo sfondo dei grattacieli che capitolano, quando l'inquadratura inizia a sfumare viene disturbata ed appare lo stesso fotogramma del pene usato da Pitt. Tyler è ancora vivo, insomma: lo vedete ogni volta che andate al cinema, nelle macchie. Fight Club involve la sua riflessione sull'identità all'interno del mezzo stesso, decostruisce il suo protagonista secondo le linee dell'agitazione e della goffaggine del post-moderno di fine millennio. Prima dello scoccare dell'atteso millennium bug d'inizio ventunesimo secolo, Fincher scopre un malaticcio impiegato ed i rigurgiti reazionari che cova. E, come il bug che doveva causare il caos è stato tenuto a bada, si augura sappia redimersi.





















