10/10/2007 | di Alberto Di Felice
** Sicuramente il debutto da regista del buon attore Liev Schreiber (Scream 2 e 3, The Manchurian Candidate) ha molto di sincero. Schreiber sposa un libro (di Jonathan Safran Foer, protagonista del film, interpretato da Elijah Wood) la cui storia concorda con la sua, probabilmente anche molto da vicino. Ogni cosa è illuminata è un viaggio attraverso una foto, con l'obiettivo espresso di trovare l'illuminazione tramite la riscoperta del passato da parte di un discendente americano della piccola Russia che conosce "ebreo" come unico sostantivo ucraino.È però anche un film che non ha le idee chiare che dovrebbe avere. Il più grande problema è che la sua anima alla Borat ed i suoi flashback commoventi mal si amalgamano. Il narratore è Alex (Eugene Hutz), cui in effetti manca solo di farsi crescere un po' i capelli e un paio di baffi per somigliare al giornalista kazako. La pellicola inizia appunto facendoci vedere Foer ed Alex nei rispettivi ambienti domestici: se per uno (Alex) la vita a tavola è la solita, per l'altro (Jonathan, che Alex chiama Jonfen) l'illuminazione (o la voglia di essere illuminato) è già iniziata.
Il finale torna appunto a loro, ma mentre si avvia a concludere il film rivela che i suoi veri protagonisti sono i ricordi inattesi delle vecchie generazioni, il nonno (Boris Leskin) e Lista (Laryssa Lauret). Il che, se bello e anche giusto, stona col ritratto che rimane purtroppo poco profondo e solo sarcastico dei due ragazzi, fricchettone l'uno e occhialuto impomatato con bustine l'altro. C'è così un'incongruenza di tono che mortifica il crescendo drammatico, e l'intera tessitura del film. Un peccato, perché gli occhi di Leskin e Lauret hanno la tristezza giusta.
















