14/10/2007 | di Alberto Di Felice
Il buio nell'anima*** Accolto bene negli USA, e piuttosto male in Italia, l'ultimo Jordan è certamente un esemplare da prendere con le molle. Non è una creatura che l'autore irlandese ha concepito, tanto per cominciare: è quello che suol dirsi un film su commissione, ancor più perché costruito su un canovaccio piuttosto vecchio da revenge flick. Eppure davvero non riesco a capire come si possa essere gridato al vilipendio alla patria, data la paternità, citando soprattutto il finale. O forse sì: questo è un film sulla corruzione e le ombre dell'etica, soprattutto nel finale, e si presta ad esser frainteso. Ma mettiamo subito le cose in chiaro: chiunque pensi che The Brave One sia uno sciatto film giustizialista e nichilista sta commettendo un errore alquanto biasimevole. Indipendentemente dai leciti pareri sulla riuscita artistica del film, giudicare così in malo modo l'integrità morale di un autore con una storia come quella di Jordan è offensivo prima di tutto verso sé stessi.

Erica Bain (Jodie Foster) non è certo il primo personaggio nella filmografia di Jordan ad avere conflitti di identità. Il rischio di schematismo data la trama è forte, e di primo acchito non evitato. Narrativamente, il film segue di fatti i passi necessari dell'iniziazione al ruolo di giustiziera, privando di un retroterra sia l'eroina che il suo compagno ucciso (Naveen Andrews). Jordan può apparire pigro: i due montaggi paralleli con l'uso delle musiche (nel secondo caso della bellissima “Answer” di Sarah McLachlan, che torna anche in chiusura) che collegano l'operazione ed il rientro a casa di Erica ai suoi ricordi di David e dell'aggressione, la sua prima uscita con la camera sbilenca e ondeggiante (leit motif) a deformare la sua percezione. Bisogna però stare attenti a non farsi confondere dagli aspetti più superficiali del testo, perché si rischia di ridurre quella che appare prevedibilità e prosaicità di forma a banalità di contenuto. E alla lunga di fermarsi ad un'analisi scontata e miope che annota la risoluzione e le ascrive valore concludente, come se Jordan si mostrasse irriflessivamente accondiscendente.

Questo film non intende spezzare convenzioni narrative come quella che lega il poliziotto all'assassino, non ha bisogno di farci conoscere oltre lo stereotipo amoroso David. L'unico retroterra di cui si serve è quello di speaker radiofonica di Erica, colei che cammina per la città e si scopre un fantasma. Le chiamate degli ascoltatori sono forse il momento che meglio spiega la pellicola. Il terzo ascoltatore commenta: «Penso che riguardi meno quello che fa lui [il vigilante] che non quello che proviamo noi». La quinta ascoltatrice: «Cosa c'è che non va nella nostra società perché questa cosa debba arrivare anche in radio? Vendetta, omicidio, uccisioni del vigilante... La disfatta irachena non ci ha insegnato niente?». Secondo il film, ed il finale dice appunto questo, no. Mi sembra pletorico doverlo dire —e anche stupido data l'evidenza—, ma The Brave One è un film sull'America post-9/11. 
È inevitabile che lo sia, e non è di certo l'unico. Cosa interessa a Jordan e alla sceneggiatura di Roderick e Bruce Taylor, e cosa raggiungono?

Senza dubbio, la traccia di genere è ben chiara. Sappiamo che Erica andrà a cercarsi una pistola in nero ancor prima di entrare in sala. Le sue motivazioni non sono importanti: Erica riproduce solo una situazione. È l'ex-post, il pantano che causa, ad essere al centro del film. È da quando questa situazione viene creata che inizia l'indagine, che non si chiede se la linea attraversata corrisponda ad una divisione netta fra giusto e sbagliato, bensì se è una situazione sostenibile e risolutiva. Non importa quello che si fa, ma come ci si sente.

The Brave One è un film riflessivo, perché rivolto naturalmente al Paese di cui Erica ed il detective Mercer (Terrence Howard) riflettono il dualismo e le pecche. Per il film Erica e Mercer hanno perso la bussola, e non credono (l'una) o cominciano a dubitare (l'altro) che le cose legali servano più. Sono diventati stranieri, trasformati. La scelta affibbiata ai loro personaggi va letta in maniera descrittiva: Jordan non li assolve, non auspica quella risoluzione. Fornisce solo una risposta —che è quella che si sono già dati. Nel dialogo fra la vicina Josai (Ene Oloja) ed Erica: «–Questo lascerà una cicatrice; –Ho ucciso un uomo stanotte; –Perché ti ha fatto questo?; –No. L'avevo già ammazzato comunque»— e l'ottusa inconsistenza che anche questa lascia.

Prima del finale Jordan ha posto l'eroina davanti ad una scelta: l'ha portata davanti al criminale e le ha permesso di identificarlo. Le ha messo davanti agli occhi la scelta giusta, e lei l'ha rifiutata. È una scelta che potrebbe cancellare d'un tratto le paure, gli "aspetti nella saletta che poi le faremo sapere". Questo porta lo spettatore in uno stato di turbamento appunto perché non gli fa condividere il finale, lo distanzia per la prima volta dalla violenza di cui l'eroina si è macchiata credendo di essere nel giusto poiché non c'era altra alternativa. Alla fine di questo film, si badi, nessuno si sente meglio.
Soprattutto è lo spettatore a non sentirsi meglio, non ha l'impressione che il male sia stato risolto. Mentre Erica riattraversa il tunnel, la voce fuori campo torna a commentare: «Non si torna indietro a quella persona, a quel luogo. Questa cosa, questa estranea, è tutto quello che sei ora». E a Jordan quella persona, che pure compatisce, non piace.

pubblicata su Cine Zone
archiviato in: recensioni
commenti (5)(popup) | commenti (5)
Commenti
#1   16 Ottobre 2007 - 15:05
 
[OT]Prova per veri cinefili su Stanley Kubrick. Dimostra la tua conoscenza del grande regista.
Ciao!
QUIZ SU STANLEY KUBRICK
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente amosgitai

#2   17 Ottobre 2007 - 21:11
 
Bene in America?
Mi sa che ti hanno informato male
http://www.metacritic.com/film/titles/braveone?q=the%20brave%20one
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ManuLele81

#3   18 Ottobre 2007 - 02:37
 
Chiaramente non ho letto tutte le recensioni di tutti i quotidiani degli USA-- Chiaramente. Allora-- Ebert (il mio zio) dà tre e mezzo. Poi, Phillips sul Chicago Tribune: "The Brave One is Death Wish with a guilty conscience, and while it may be a bit of a hypocrite as vigilante thrillers go, the internal contradictions of the thing make for a very interesting picture." Foundas sul Village Voice fa il paragone giusto (che ho pensato anch'io) con In the Cut: "Taken literally, almost everything that follows in The Brave One so seriously strains credibility (even by the standards of the genre) as to enter the realm of the absurd. Taken on the level of a menacing urban fairy tale, however--something akin to what Jane Campion was aiming for with "In the Cut"--it's strangely fascinating." Poi, del resto degli estratti su metacritic (non conosco i critici in questione, e non penso mi interessi) solo tre lo bocciano.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gahan

#4   18 Ottobre 2007 - 21:39
 
Sono Manu, live from la festa del cinema...
Io ho postato la agina, perchè c'è una media dei voti dei critici, che è 56 su 100, non proprio accogliere bene..
per tre che lo bocciano parecchi lo rimandano!
che poi chissenefrega, era giusto per completezza d'infomrazione...;)
utente anonimo

#5   19 Ottobre 2007 - 02:10
 
Sì, infatti. Non ero andato su metacritic, mi ero fermato ai critici che solitamente mi interessano. Ma cmq hai detto bene: chissenefrega! :)
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gahan

Commenti