19/10/2007 | di Alberto Di Felice
***½ Tornando sulla filmografia di M. Night Shyamalan (è la terza volta che vedo questo suo terzo lavoro), mi è inevitabile vederne in modo ancora più evidente la grandezza e la carica cumulativa quasi insostenibile tanto è complessa. Nella sua recensione di Signs, Roger Ebert scrive che è «il lavoro di un cineasta nato, capace di suscitare apprensione dal nulla. Quando è finito, pensiamo non a quanto poco è stato deciso, ma a quanto abbiamo provato». Dato che per dire "dal nulla" Ebert dice "out of thin air", il mio pensiero va automaticamente al vento fra le foglie in The Village. «Ecco un film in cui la trama è la sezione ritmica, non la melodia. Un film che resta libero da spiegazioni artificiose e da un climax forzato, e che riguarda la paura nel vento, negli alberi, nell'abbaiare di un cane, [...] nei segni».Con queste semplici parole Ebert descrive nel modo più pertinente il cinema del regista di Philadelphia. E nonostante ciò, sempre Ebert rappresenta anche la critica (americana, per lo più) che il più delle volte (e quindi in assoluto) di Shyamalan non ha capito nulla: basta leggere come Ebert stesso riesca a contraddire sciaguratamente quanto da lui scritto su Signs nella sua recensione di The Village. Un film come Il sesto senso spiega meglio di qualunque altro perché nel cinema di Shyamalan in realtà si resta sempre dove si è partiti, si scopre qualcosa che è già esistente, si diventa qualcuno che già si è. Non viene deciso nulla, c'è solo la realizzazione di un idillio spezzato da riappacificare.
Il sesto senso è infatti un film che si apprezza ancor di più una volta che si conosce già il twist finale (quello che da questo film in poi è diventato, sembra, l'unico miope motivo per cui la gente vuole vedere un film di Shyamalan —e lo scemo del villaggio, pronto a gridare «Che fregatura questo film: io c'ero arrivato da un pezzo», è purtroppo facilissimo da trovare), perché questo non è che la rivelazione del tessuto di significato che per tutto il film si è interessato ai segni che lo spiegano, piuttosto che a quelli che lo nascondono.
E significativamente in questo film, oltre ad esserci un chiaro motivo biografico nel personaggio di Cole (Haley Joel Osment), ragazzino in una scuola cattolica che colleziona statuette nelle chiese, figura centrale è uno psichiatra infantile, colui che dovrebbe essere in grado di ricostruire gli indizi della mente. Da un suo fallimento, anche questo nascosto dalla cornice di un premio, prende avvio il film, e alla fine la sua riparazione l'ha semplicemente liberato da una condizione nella quale gli era impossibile avere vera coscienza di sé.
Il cinema di Shyamalan è la concretizzazione del concetto di svelamento come processo attraverso cui ciò che è fuori dal quadro vi viene associato per richiamo ed associazione. Ne Il sesto senso il fuori campo è nello spazio che separa i personaggi, nella loro incapacità di riconoscere la rispettiva presenza, nel poter vedere quello che contemporaneamente gli altri non vedono, nel vedere solo quello che si vuol vedere. Il vero twist de Il sesto senso è in ogni inquadratura, dove il visibile non si accorge di essere messo in discussione nella sua entità.
















