07/11/2007 | di Alberto Di Felice
I sette samurai**** Una delle scene più importanti de I sette samurai è la rasatura e vestitura di Kambei (Takashi Shimura). La scena mette sottilmente in risalto i due personaggi centrali nella narrazione di questo dramma collettivo. Per travestirsi da monaco buddista, Kambei non esita a tagliarsi la ciocca (simbolo dei samurai) e a rasarsi la testa. Uccide il ladro e salva il bambino, eppure non chiede niente in cambio. Oltre a Katsushiro (Isao Kimura), che deciderà di diventare suo apprendista, un altro giovane osserva con ammirazione Kambei dall'inizio, Kikuchiyo (Toshirô Mifune). Anche se non si parlano, una speciale relazione viene stabilita fra lui e Kambei attraverso uno scambio di sguardi che rimane incompleto.

Il film sottolinea come durante la scena della rasatura Kambei sia conscio che Kikuchiyo lo sta guardando, facendogli contraccambiare lo sguardo; ma Kikuchiyo non si accorge di esser guardato a sua volta. Una semplice serie di campo/controcampo ci fa vedere due personaggi che si guardano, eppure nessuna comunicazione sembra accadere fra i due. Ma mentre i quattro contadini in cerca di samurai e Katsushiro non ricevono lo sguardo di Kambei, e sono dunque identificati come allievi che ammirano un maestro, lo strano gioco fra Kambei e Kikuchiyo ci presenta quest'ultimo come un personaggio speciale, che avrà il doppio ruolo di allievo e soprattutto insegnante.

Kikuchiyo, che è nato in una famiglia di contadini, si unisce come settimo samurai. Sarà lui a svolgere un ruolo di mediatore nella loro fragile alleanza. Per gli altri sei samurai, il processo di scoperta implica la graduale comprensione del fatto che non sono individui liberi, ma un prodotto della storia. Nonostante l'altruismo nel proteggere i contadini contro i banditi, non possono sfuggire al fatto che la loro classe li pone nella posizione degli oppressori. Kikuchiyo, che conosce bene la vita ed il comportamento dei contadini, scopre alcune spade, lance, frecce e armature che, evidentemente, gli abitanti del villaggio avevano sottratto a dei samurai uccisi. Kambei e gli altri samurai sono visibilmente disturbati; Kikuchiyo ha un assalto di rabbia e li accusa di ipocrisia: è la loro casta che ha costretto i contadini a reagire così. È qui che i samurai capiscono di non essere vittime innocenti ma anche perpetratori di violenza. Quando arriva il patriarca Gisaku (Kokuten Kodo) a vedere cosa sta succedendo, Kambei gli dice che non è successo nulla.

Questa è una scena essenziale, perché dimostra esplicitamente che la differenza fra i samurai e i banditi non è così assoluta come sembra. Per i samurai i banditi sono degli alter ego, non semplici nemici da sconfiggere. Da un punto di vista diegetico, la battaglia contro di loro è presentata come difficile per lo svantaggio numerico e in termini di armi (le pistole). Simbolicamente, la difficoltà è che la battaglia costringe i samurai a chiedersi chi sono in realtà, e a uccidere una parte di sé stessi per difendere il villaggio.
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