19/11/2007 | di Alberto Di Felice
**** L'opera doppia di Clint Eastwood, parafrasando quanto scrivevo di Flags of Our Fathers, è talmente severa da rischiare di essere misconosciuta. Pensando agli ultimi film di Eastwood, per cominciare, né Flags né Letters raggiungono in superficie il livello di scuotimento emotivo di Mystic River o Million Dollar Baby. Quando si ha a che fare con i film di guerra, per di più, lo spettro della retorica (nei vari sensi: quella "buona" del "la guerra è brutta" e quella "cattiva" del "la patria chiama gli eroi alla morte sotto le armi") predispone ad un atteggiamento critico difficile da maneggiare. Di fatti, compreso me, in molti all'uscita si sono soffermati sugli apparenti schematismi formali (specie i flashback) e sulla apparente mancanza di pathos, e hanno liquidato la sostanza del film come risaputa.È affermazione piuttosto comune che il cinema classico di Eastwood rifiuta naturalmente la spettacolarizzazione delle emozioni. Io preciserei dicendo che in Eastwood l'emotività è ricercata e costruita come perno essenziale di lettura, in cui la mediazione dello spettatore viene chiamata in causa tramite l'asciuttezza della scrittura prima e soprattutto della messa in scena poi. Eastwood non ha mai cercato di "allontanare" lo spettatore nel senso di non farlo "commuovere". Tuttavia, nel dittico su Iwo Jima la commozione, come hanno lamentato in molti, sembra far fatica ad arrivare. La realtà è tutt'altra: Eastwood ha realizzato qualcosa senza precedenti. Flags e Letters funzionano come opere separate, ma è difficile avere un'idea completa dei livelli sui quali lavorano, e ancor di più della vera commozione che riescono a suscitare attraverso la visione complessiva che ne discende, se non li si considera assieme. Eastwood ragiona sul modo di raccontare la Storia, e ne rivela così le fessure e gli strappi con due pellicole speculari nelle quali soldati/uomini comuni («Non sono un soldato, sono solo un fornaio») sono risucchiati ed irreggimentati dall'architettura della nazione e della sua difesa nell'atto finale della guerra.
Crucialmente, Eastwood ribalta la retorica nazionalista del film di guerra già con la struttura di Flags, per completarne la disfatta in Letters. Del campo americano viene mostrata la costruzione retrostante e parallela, estranea alla battaglia sul campo, risalendo attraverso i flashback a partire da una foto, sguardo virtuale del pubblico sulla ritrovata sicurezza nei propri ideali racchiusi nella bandiera, verso gli sguardi dei soldati che mentre salgono il podio rivivono le vere immagini che ne sono il prezzo. Di converso, il campo giapponese viene mostrato, da un punto di vista narrativo, nella sua sostanza lineare, solo interrotta dai tre fondamentali flashback del generale Kuribayashi (Ken Watanabe), del soldato-fornaio Saigo (Kazunari Ninomiya) e dell'ex-kempeitai Shimizu (Ryo Kase). Eastwood sceglie il campo avversario per immergerci d'un fiato nella battaglia, e per raccontarci le vite attuali, e precedenti, di coloro che la combattono.
In Flags i caratteri sono costruiti per sottrazione. La nostra capacità di conoscerli intimamente è come bloccata dalla necessità del film di andare a ritroso non nelle loro vite, ma per mostrarli come mezzi di un meccanismo mediatico-ideologico che le cela dietro l'utile retorica della bandiera. In Letters i flashback partono invece dal campo di battaglia, e risalgono in maniera contraria proprio alle vite normali dei soldati giapponesi. In entrambi i casi ci si muove comunque da dei simboli il cui significato va riportato alla luce, perché coperti dall'ombra (la foto in cui i volti sono indistinguibili) o perché sepolti (le lettere). Eastwood li oppone alla verità ufficiale (una seconda foto, i nomi fabbricati dei soldati ritratti, le lettere censurate prima di arrivare alle famiglie —tranne quelle salvate e sepolte da Saigo) per demolire la carica fittizia di significato che è loro imposta.
Ma essendo impossibile alla tempra del grande cineasta abbracciare ciecamente una delle due retoriche di cui parlavo in apertura, Eastwood fa ciò attraverso una dialettica che non infligge una lezione, che non nega radicalmente e apertamente l'importanza dei "valori" per cui si combatteva, bensì decide di guardarla negli occhi per vederla in chiaroscuro e ricercarne l'universalità. Non solo perché la lettera di un soldato dell'Oklahoma, Sam (Luke Eberl), è quella essenziale, posta nella sua assoluta semplicità (e non-commozione) come contrappunto a quelle dei soldati giapponesi. Ma perché il suo dittico è un aperto tributo agli eroi e bravi soldati di entrambi gli schieramenti al servizio di quei valori, veri come la famiglia cui tutti aspiriamo ed assieme falsi e corruttibili, e alla nostra necessità odierna di ricostruirli alla luce di quelle vite. Non per celebrarle ma, come dicevo già per Flags, per ricordarci oggi dell'importanza del nostro animo civile. Straordinaria opera magna di un intrepido conservatore.
















