21/12/2007 | di Alberto Di Felice
*** Con un animo da chi è dentro il sistema ma pensa ostinatamente come fosse fuori, Sean Penn fa un film che ricorda molto da vicino l'Egoyan de Il dolce domani. Ambientato nei meandri profondi di un paese senza via d'uscita, chiuso fra le nevi invernali ai piedi della Sierra Nevada e le polveri del deserto, La promessa scruta attraverso l'indagine di un ex-poliziotto appena andato in pensione le anticamere dell'infermità e dell'angoscia.Jerry Black (Jack Nicholson), nonostante questo sia ad oggi l'unico film che il regista-attore non ha personalmente scritto, è chiaro specchio (anche al contrario) di molti dei personaggi interpretati da Penn. Identificandosi con uno spleen totalmente eliminato di radici (del passato di Black, che dev'essere il vero motivo che lo spinge ad accettare la promessa come se la sua vita ne fosse unica appendice) ed attaccato quasi unicamente agli spazi persi di una terra di mezzo, Penn cerca nei luoghi dell'assenza e dell'infanzia. Trova così solo un mondo in cui l'unica cosa presente è l'eco raccapricciante di fiabe corrotte, l'impossibilità di dominare i propri stessi delitti ed i propri fini, la raminga presa di coscienza del disastro.
L'America che cerca di tornare alle origini, di rimediare ai propri errori e di proteggere il proprio futuro si scontra con la sua stessa miseria. Il momento in cui ciò è più evidente è il confronto accanito con l'indiano (Benicio Del Toro), che chiama direttamente in causa la cecità di una generazione (la nuova, del detective di Aaron Eckhart), l'impotenza del discernimento della vecchia (Nicholson), il proprio stesso sangue del passato (l'indiano) e la conseguente resa di fronte all'indifeso avvenire.
















