24/12/2007 | di Alberto Di Felice
** Se cercate la sontuosità, signori, eccola. Ma stavolta, per un'ora abbondante, Yimou dà l'impressione di star quantomeno raccontando una "storia" e dei personaggi ai quali ci si può appassionare semplicemente in quanto tali. Di per sé nulla che Shakespeare e qualche famoso greco o latino non abbiano già portato agli onori dell'arte, ma come congiura di palazzo reggeva. Anche bene, a dir la verità.Poi purtroppo le coreografie devono avere il sopravvento, e la voglia di illustrare eclissa quella di narrare. Sarò io (devo essere io, se penso che un filmaccio come Hero ha ben più estimatori che non), ma quando l'enfasi estetica (e l'accompagnamento musicale) diventano il perno dell'idea di regia faccio fatica a prestare attenzione. Mi chiedo per tutto il tempo quale dettaglio sia opera della seconda unità, quale guerriero sia aggiunto al computer, e inizio a sbadigliare perché in effetti il film va in stand-by.
Naturalmente c'è una giustificazione a tutto. Naturalmente il wuxia è un genere tradizionale cinese (chi dice questo di solito fa fatica ad ammettere che il cinepanettone è un genere tradizionale italico), e quindi va pagato pegno. E naturalmente c'è chi è pronto a cercare nella trama (è facile, d'altronde) i motivi del potere corrotto, della famiglia o altro, magari vedendoci anche qualche ardito parallelo allegorico con chissà cosa nel tormentato presente. La verità, mi sento di dire, è che se non vi fate ammaliare dalle scenografie e dalle coreografie, qua non c'è molto altro da vedere. Tranne Gong Li, che è sempre Gong Li. E ci piace.
















