27/12/2007 | di Alberto Di Felice
Unbreakable - Il predestinato***½ Più rivedo i film di Shyamalan e più mi rendo conto che siamo di fronte ad uno dei pochi contemporanei in grado di riflettere concettualmente sul cinema come paradigma, usando per prima cosa l'arma arcaica del racconto, in maniera così profonda. Evito di dilungarmi ancora circa la poca fortuna che sciaguratamente ha riscosso e sta riscuotendo presso tanta, troppa parte della critica.

Unbreakable è, come Lady in the Water, caratterizzato dal fatto che Shyamalan faccia esplicitamente riferimento alla costruzione narrativa come perno. Ma se nel film del 2006 centrale è la sua funzione processuale di tracciato sul quale ripensare ruoli e segni, in Unbreakable si va all'origine fondante del più basilare e primitivo dei costrutti umani, il mito. E in un periodo che da parecchio vede un ritorno in auge dei supereroi, il regista applica al fumetto, una delle forme artistiche più popolari e per molti versi standardizzate, la sua speculazione sul ruolo della percezione e della sua costruzione.

Usando la sua solita progressione drammatica incentrata su un trauma passato, un nuovo fattore scatenante, una guida che riveli al protagonista la sua vera condizione, ed una prova finale, Shyamalan porta ora in rilievo la complementarietà degli elementi del mito superomistico. Ma quel che gli interessa, come sempre, non è l'elemento soprannaturale (che si può dire esistere solo in quanto risvolto funzionale) quanto la natura assegnata alla sua presunta manifestazione, e dunque a quello che nasconde di vero su coloro cui è rivelata.

Si scopre così la base su cui è fondata l'esistenza dell'eroe, figura che Shyamalan incontra in un uomo comune che non si è mai neppure accorto del suo "potere". Per la prima volta, perciò, la figura centrale è quella ancora più nascosta del rivelatore, che è contemporaneamente la rivelazione. Elijah Price (Samuel L. Jackson)
, doppio contrario di David Dunn (Bruce Willis), è il personaggio più problematico nella filmografia del regista, ed è non a caso nel film che con The Village mostra meglio quanto il percorso artistico e personale di Shyamalan viva il mistico alla ricerca del suo significato composito anziché in maniera univoca.

E come The Village è il film che più funge da commento sociale, anticipando la conclusione del film del 2004. Anche qui, la vera sorpresa finale non è il colpo di scena ma la reazione di fronte ad esso: in Unbreakable Dunn risponde voltando le spalle e negandosi una verità inaccettabile.
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