31/12/2007 | di Alberto Di Felice
**** Il film di Mangold è una splendida rilettura dell'originale di Daves. Michael Brandt e Derek Haas lo riscrivono sulla vecchia sceneggiatura di Halsted Welles, tratta dalla short story di Elmore Leonard, avendone enorme rispetto. Interi dialoghi sono riprodotti fedelmente. Tuttavia, e con un finale drammatico, la filosofia dietro le due pellicole è sensibilmente diversa. Se il film del 1957 era un western morale incentrato sulle psicologie dei due protagonisti, quello del 2007 ne mantiene lo spirito facendosi però più propriamente racconto di frontiera, fino ad inglobarne i miti fondanti che costituiscono ancora oggi la spina dorsale di una cultura.Il nuovo script muove il focus lavorando interamente sulla figura di Dan Evans (Christian Bale) e sui personaggi e le trame secondarie. Evans adesso ha un figlio maggiore, William (Logan Lerman), che ha ancora più anni del minore (Benjamin Petry, che scopriremo in un dialogo finale essere la ragione per la quale la famiglia si è trasferita; acquista in relazione a ciò un nuovo significato il dialogo fra Wade e la cameriera interpretata da Vinessa Shaw, alla lettera quasi identico), è prossimo all'età adulta e comincia già ad avere risentimento verso il padre. Quest'ultimo porta sul corpo i segni della guerra di secessione, durante la quale ha combattuto per il Nord, avendo perso un piede. Fra i secondari, l'uomo che vuole vedere Ben Wade (Russel Crowe) sul treno, non è più semplicemente il padrone della diligenza assalita, ma un dirigente delle ferrovie, Grayson Butterfield (Dallas Roberts).
Inizia già da qui a delinearsi un percorso che sulla strada per Contention, viaggio che nel film di Daves era risolto in pochi minuti e qui diventa invece un on the road nel polveroso cantiere del West frontiera del progresso, passa per un paese costruito da migranti (gli orientali) e altri schiavi (i neri, assenti lontani del selvaggio ovest) a favore di colossi commerciali il cui interesse viene prima di quello della Storia e degli uomini (gli indiani, i migranti, le vittime di Wade, ma anche la propria stessa origine: la ferrovia è del Sud ma ha capitali del Nord) e di quello della gente comune, che come Evans ne è dipendente.
La determinazione e l'ostinazione del protagonista diventano dunque altro rispetto alla voglia di riscatto di un uomo ridotto quasi in povertà e desideroso di dimostrare qualcosa alla moglie (interpretata da Gretchen Mol; il loro dialogo prima della partenza per Contention condensa significativamente anche quello finale dell'originale) ed ai figli: diventa l'unica risposta coraggiosa e retta di un uomo semplice che cerca di preservare la propria dignità in un mondo che non ne ha rispetto. «La morale non c'entra un bel niente qui», dice lo scagnozzo della ferrovia interpretato da un Luke Wilson non accreditato. Alter ego di Evans può essere solo un criminale che come lui infine non scapperà di fronte al giusto (una giustizia che non è dell'autorità, che se ne lava le mani) quando ogni convenienza vorrebbe il contrario.
Con una rinnovata tempra morale del racconto, la direzione di Mangold, regista che ha sempre dimostrato la sua indubbia abilità, può trovare l'ambiente ideale. Anche qui, la distanza da Daves è evidente nell'ottica disillusa che non è più idealmente al di sopra dei personaggi, per quanto meravigliosamente abile nel catturarne il pensiero e le motivazioni, ma è frantumata e posta alla loro altezza. La nuova idea di giusto che ha è quella di due uomini opposti non tanto l'uno all'altro quanto insieme opposti in nome di una comune innocenza.
















