01/01/2008 | di Alberto Di Felice
***½ Se al momento in cui scrivo (e per quanto possa valere) il film di Aronofsky ha una media di 7.6 su IMDb, The Fountain (ma direi che il titolo italiano è più appropriato) è stato apprezzato più dal pubblico che dalla critica. Per una volta se ne può gioire, e pensando a qualche recensione che ho letto e che dovrebbe giustificare una bocciatura o un'accoglienza tiepida, non posso che farlo. Nel suo dizionario dei film, Mereghetti scrive: «A essere sbagliata è proprio l'idea di partenza: fondere la tradizione del mélo fantastico anni Quaranta, puzzle temporali cyberpunk e un insulso misticismo new age». Tralasciando il fatto che io non credo esistano combinazioni in partenza improponibili, Mereghetti sbaglia (o semplifica eccessivamente) come altri proprio nell'individuare gli elementi che sarebbero sbagliati.È abbastanza naturale dare l'etichetta "new age" quando vedi spuntare uno Hugh Jackman pelato maestro buddhista che in una bolla con un albero di cui mangia la corteccia se ne va a spasso verso una nebulosa. Qualcuno potrebbe anche ridere, e capirei. Ma a conti fatti questo film di new age non ha molto. Di certo, l'idea di uno scambio interdimensionale fra diversi livelli temporali, e soprattutto la figura metafisica dello Jackman del futuro che fa da viatico per una nuova consapevolezza esistenziale, rientrano fra le componenti di quel composito movimento; tuttavia Aronofsky li mescola in maniera autonoma in una sorta di poema pittorico molto intimo e sincero, una nuova versione del mito di Prometeo. Il fatto che la Weisz —che avrebbe partorito a poco più di un anno dalla fine delle riprese— sia la moglie non fa che renderlo evidente.
Come nota Roger Ebert, in molti (forse resi pigri da un pressbook che sciaguratamente li informava parecchio male) non devono aver capito che in questo film c'è solo una dimensione temporale reale, quella del presente in cui lo scienziato Tomas (Jackman) cerca ostinatamente di trovare una cura che possa far regredire il cancro al cervello della moglie Izzi (Rachel Weisz). Per cui non è vero che, citando di nuovo Mereghetti, «il medico Tom Verde (Jackman) si mette alla ricerca del leggendario "Albero della vita", sulle stesse tracce che aveva già percorso nel sedicesimo secolo il cavaliere Tommaso (sempre Jackman), spedito dalla regina Isabella di Spagna (Weisz) alla conquista dell'America Latina, e che percorrerà nel ventiseiesimo secolo un astronauta calvo (ancora Jackman)».
Da qui Aronofsky instaura una struttura orbicolare che interagendo figurativamente con il libro che Izzi ha scritto, dove nel sedicesimo secolo la regina Isabella invia il suo cavaliere a trovare l'albero della vita, rimane chiusa in un limbo ossessivo, l'incapacità di Tomas, da novello dottor Frankenstein, di accettare l'esito naturale delle cose e la sua ricerca di un modo per cancellarlo anziché farne tesoro, fin quando non troverà la forza di terminare il libro scrivendo di sua mano l'ultimo capitolo come richiesto da Izzi prima di morire.
Aronofsky non usa il tempo come blanda e inutilmente macchinosa metafora mistica di un amore che viaggia avanti e indietro nei secoli, ma rendendolo materializzazione sincronica dei ricordi e del rovello di un individuo, filtrati dalla traslazione simbolica in un altro passato da parte della sua compagna morente, ed elaborati nella loro evoluzione cosmica, verso quella nebulosa che per i Maya nascondeva il regno dei morti. Un film in realtà semplicissimo e purissimo, che ho amato.
















