02/01/2008 | di Alberto Di Felice
** Purtroppo è deludente la ri-messa in scena del film di Mankiewicz. L'adattamento di Harold Pinter, dalla pièce di Anthony Shaffer, estremizza le polarità e aumenta i ribaltamenti, mutando totalmente l'ultimo atto. Se da una parte questo trova un finale efficace almeno dal punto di vista drammatico, il film nell'insieme risulta deformato profondamente nello spirito. Non siamo più di fronte al sottile gioco-scontro di caratteri dell'originale, bensì ad una crescentemente plateale sfida all'ultimo sangue nella quale lo scontro fra mente e corpi pende dalla parte degli ultimi. Perché sono cambiati i tempi, forse. Ora l'edonismo dei protagonisti —stavolta più legato a fama, sesso e denaro piuttosto che a lignaggio e discendenza— la fa da padrone.Il nuovo Milo Tindle (Jude Law, anche produttore e per questo prima donna nonostante la presenza di un Caine come sempre valido in sé e per sé) è diventato un attorucolo strafottente, che non vuole tanto rispondere ai colpi inferti con ben poco onore da un viziataccio supponente aristocratico per preservare la propria dignità, ma dissanguarlo oltre il buon gusto fino ad annullarlo nel più intimo. Si perde progressivamente l'ironia del testo originale, sostituita infine da un outing crudele (che se rapportato alla durata del film, più breve di cinquanta minuti rispetto a quello del 1972, assume proporzioni ragguardevoli) risolto nella tragedia.
Il personaggio di Wyke (Michael Caine), invece, acquista spessore proprio come contraltare del mutato Tindle, ma anche per la classe con la quale il vecchio Caine sa vendere il nuovo twist del film. Quello vecchio viene spostato a metà, con Law truccato come Jared Leto che liquida la faccenda in pochi minuti. La prova di Law, se non fosse chiaro, non mi è piaciuta neanche un po', ma il problema è in partenza della sceneggiatura di Pinter.
Al di là della nuova sorpresa —che personalmente mi lascia parecchi dubbi per modi ed esiti ideologici, anche se ripeto almeno nel finale ha un certo effetto drammaturgico— a non convincere molto è anche la direzione di Branagh, che dopo una bella trovata d'apertura (la videocamera di sorveglianza che sopra l'entrata di casa Wyke riprende dall'alto le due macchine dei contendenti con questi ultimi nel mezzo) si adagia spesso sullo stesso motivo del circuito di sorveglianza, alternandolo con la scenografia high-tech del fido Tim Harvey. Il ritmo diventa più serrato, il motivo branaghiano/shakespeariano del mondo come palco viene ribadito puntualmente, ma il racconto è più provocatorio che non intelligente e acuto come era quello da cui trae le mosse.
















