04/01/2008 | di Alberto Di Felice
*** Adesso che in molti cominciano ad avere qualche sospetto su Kim Ki-duk, tirando fuori lo spauracchio della maniera, io comincio forse a capirlo e apprezzarlo. E, da eccentrico, mi sto convincendo di capirlo un po' di più di quelli che credevano di capirlo. Il punto di svolta per me è stato Time, delusione per i più («Oh mio Dio, questi parlano!») e invece film estremamente ricco, che ha spiegato definitivamente come il centro della sua poetica è l'idea di tempo. Per moltissimi versi Soffio è un ritorno al vecchio, riprendendo il triangolo marito-moglie-carcerato di Ferro 3 e tornando a privilegiare l'uso figurato dei gesti e degli ambienti. Allo stesso tempo, appunto per questo, testimonia come il cinema di Ki-duk stia lentamente ma profondamente cambiando, se non nei temi nella maturità dei loro assunti e dei suoi ragionamenti.Se il triangolo è quello, ad esempio, qui non c'è un volo finale di fuga: non c'è un abbraccio circolare con l'infinito altro ma un circolo che riporta la protagonista Yeon (Park Ji-a) dove ha iniziato, fra le braccia del marito (Ha Jung-woo). L'angelo non evade più dalla sua cella per liberare la donna infelice. La donna infelice non ha più bisogno di lui per essere salvata: si salva da sola. È un cinema che ha abbandonato i lidi del fantastico ed è diventato terreno, riportando quel vecchio universo espressivo fatto di apparente incomunicabilità e malleabilità dei gesti al simbolico (inutile chiedersi come sia possibile che il detenuto che ha già tentato il suicidio possa rifarlo allo stesso modo e con lo stesso oggetto senza che nessuno fra chi di dovere se ne infischi) dentro il mondo vero in cui vivono i personaggi.
Anche il marito non è più lo sbraitatore di Ferro 3. Il suo ruolo non è più semplicemente di farci vedere quanto sia vittima la moglie, e quanto i due non riescano a comunicare. Qui comunicano, e lo scopo del film è quello di farli comunicare. Ki-duk, questo da Time, ha iniziato a riflettere in modo diverso sul rapporto di coppia e conseguentemente sul mondo: i personaggi di fatti si fanno meno stilizzati e più attenzione viene dedicata alle loro motivazioni (il marito ha un'amante, confessa, la lascia, agisce cercando di capire perché la moglie si comporti così; Jin funziona da amante di Yeon, direi addirittura come ripicca; lui ha ucciso la famiglia, Yeon la salva), per quanto venga sempre rifiutata quella descrizione tipica del cinema narrativo. Un'interpretazione articolata come quella della bellissima e bravissima Park Ji-a non si è mai vista in un film del coreano. Ki-duk adesso imbastisce un discorso nel quale se il matrimonio è la tomba dell'amore, può anche essere la sua rinascita. Riprende infatti la metafora delle stagioni.
Yeon va ogni giorno a visitare Jin (Chang Chen) in carcere, decorando le pareti, vestendosi e cantando canzoni ispirate alle stagioni. Parte ovviamente dalla primavera e prosegue nel loro ordine naturale. Però è inverno, e l'ultima canzone non la canterà a Jin ma al marito: alla fine del film sarà tornata alla realtà. Per farlo ha dovuto rifare un percorso, con qualcun altro, ha dovuto reinfondere in sé stessa quel soffio di vita che come ha confessato a Jin ogni tanto sente il bisogno di provare. Il regista coreano, dalla sua cabina, ha dettato i tempi del riavvicinamento fra moglie e marito interrompendo a piacimento (lasciandogliene un po' di più ogni volta) il tempo fra lei e Jin.
















