04/01/2008 | di Alberto Di Felice
Mio fratello è figlio unico**½ Luchetti fa un film di formazione in cui la narrazione procede secondo elementi essenziali. Dobbiamo attraversare un periodo storico polarizzandolo dentro una famiglia: quasi logicamente avremo dunque destra e sinistra opposte nelle diverse personalità di due fratelli e nei diversi ambienti che frequentano. Ma a colpire di questa operazione è il sostanziale equilibrio di tono. Se infatti predomina un'ironia non esibita ed un quadro di paese (paese Latina, Paese Italia) che stempera e fa filare liscia la presa di posizione a posteriori sulle ideologie, al contempo il film sa scivolare nel drammatico e tilare le fila di una riflessione civile.

La sceneggiatura (del regista con Sandro Petraglia e Stefano Rulli) prepara con attenzione il percorso dei due, interpretati molto bene da Elio Germano e Riccardo Scamarcio —che a mio parere, e il discorso vale un po' di più per lo Scamarcio che un po' tutti detestano, sarebbero validi sempre se fossero nei film giusti—, indovinando i secondari (tutto il cast è assolutamente valido: la mamma nordica di Angela Finocchiaro, il bancarellista fascista Luca Zingaretti, sua moglie svezzatrice Anna Bonaiuto, il padre operaio realista Massimo Popolizio, la bella Diane Fleri) e riuscendo a fare con poco (cioè con i personaggi, con i rimandi e con uno sguardo camera a mano che ribadisce l'ironia del riprendere il tutto come un documentario) un bel po' di puntate al nostro costume, alle nostre eterne fazioni (politiche e geografiche, già dal lungomare per Genova che si ferma a Ostia, un po' come il Cristo che si ferma a Eboli), al nostro trasformismo, al nostro lume parrocchiale cattolico, al nostro stato burocratico (le chiavi non distribuite), le persistenti e contraddittorie divisioni di classe in una società che si imborghesisce tutta (le lotte in fabbrica e le lotte del ricco professore che ammalia le allieve, la ricca Francesca ripudiata dalla famiglia perché incinta di un operaio).

A mio parere senza trascurare ma anche senza eccedere, con un fare che si mostra consciamente disincantato. Per come la vedo io è un film che lavorando in modo diverso, sul passato anziché sul presente, non fa che ribadire quanto detto dal Virzì di Caterina va in città: le fazioni sono quelle che sono, la dignità bisogna conquistarsela imparando a farne a meno. Ed entrambi concludono anche in maniera surreale, che sia Castellitto che prende il motorino o Germano che guarda sé stesso da bambino nella nuova casa di fronte al mare.
archiviato in: recensioni
commenti (popup) | commenti
Commenti