05/01/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Ne La Duchessa di Langeais Rivette usa la camera con una fissità, se non di movimento di sguardo, che sembra dirci: guardate, questo è il testo. Usa persino delle frasi del romanzo, in didascalia, con lo strano effetto di far sembrare il film un relitto orgoglioso di cinema muto, in cui i dialoghi potrebbero essere completamente sostituiti da didascalie. Le usa per creare ellissi, una volta per spiegare l'effetto delle parole di Antoinette (Jeanne Balibar) su Armand (Guillaume Depardieu), un'altra per spiegarci cos'è successo nella scena precedente e cosa succederà nella successiva.Quando la camera si muove nei dialoghi, il più delle volte si sta spostando verso i due interpreti, ma poi torna a distanziarsene. La duchessa è stesa sul suo divanetto, Armand le siede di fianco, dal lato dei piedi. Lei sposta un cuscino, scoprendo gambe e piedi: la camera, che è diagonale al divano, si sposta in avanti e verso Armand, che fa per toccare i piedi ma si ferma ad un commento. Stacco, la camera torna nella sua vecchia posizione. Lei ritira i piedi e si tira su, quasi seduta, quando Armand con ritardo allunga finalmente il braccio quando ormai è troppo tardi.
Il dialogo continua. Quasi impercettibilmente la camera ricomincia ad avvicinarsi, con un breve movimento verso sinistra quando Armand si sposta sul divanetto per sedersi di fianco ad Antoinette. Armand parla ma la camera stacca su di lei, che chiude gli occhi e guarda per lo più in basso. Non lo guarda mai, e possiamo immaginare che anche lui mentre parla non la stia guardando. Fin quando Antoinette pronuncia una frase che interrompe Armand. «È il buio a far paura qui». Stacco. La camera si è spostata ora più a sinistra, ed è più distante da loro. Lei si alza e chiama Julien per fargli portare delle candele (che prima dell'arrivo di Armand gli aveva fatto portar via). Lei e Julien escono dall'inquadratura, lasciandovi solo Armand con un'espressione sbigottita.
















