25/01/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Ci sono molte cose pregevoli nell'ultimo film di Ang Lee. La prima è che, come è sempre stato nella sua filmografia, questo è un film di e per i personaggi, con un intreccio ed un'attenzione scenica che, come suol dirsi, li scava. Nella lotta fra spazi e tempi, Lee è abile —seppur non sempre perfetto— nel gestirli entrambi, delineando quelle geometrie che servono appunto a conveire le psicologie.C'è per cominciare la bellissima scena iniziale, la partita a majiang che suggerisce già che sarà una storia (più banalmente, un gioco: ma il pregio della scena non è blandamente figurativo quanto di stabilire sommariamente fra chi e su cosa sia il gioco) di "puttane", e di puttanieri —vedasi l'occhiata furtiva di un'amica della signora Yee (Joan Chen) al signor Yee (Tony Leung), mentre si parla con qualche nascosto imbarazzo di pietre preziose: non sappiamo ancora della vera pietra dello scandalo. Il sesso diventa di fatto il vero motore del film, più o meno a un'ora dalla conclusione, il vero meccanismo a due di quel gioco, che attraverso la penetrazione carnale simula quella della mente, e del cuore. Lee, al di là delle varie pose plastiche, sudate, giustappunto passionali, finisce sempre per tornare sui volti degli interpreti, con ampio uso del primo piano (anche quando e su chi non serve, come negli scambi fra compagni per la liberazione), e soprattutto della protagonista femminile, Wong (la bellissima e bravissima debuttante Wei Tang), la cui ottica d'altronde è quella adottata, ingarbugliata nella tela, arrabbiata e persa. Finiranno, come è stato durante il gioco, per riflettersi (sé stessi, non l'uno nell'altra) in specchi e vetrine, puniti entrambi.
Proprio di uno specchiarsi si nutre diegeticamente il film, partendo dopo il prologo con un flashback lungo anni, che tecnicamente sarebbe una classica mise en abîme della protagonista, il momento riflessivo che fa scattare un cambiamento precedente all'azione quando vedrà al dito la famosa pietra, ma, nonostante il mantenimento della focalizzazione (fra la zero e l'interna) che non viene mai meno, viene dilatato per raccontare un po' più ampiamente fatti e antefatti, cercando di allargare il discorso verso vicoli storici e politici. Qualsiasi altro possibile motivo, solo accennato, passa comunque esclusivamente attraverso la vicenda personale, rimanendo del tutto fuori campo.
Forse ci si poteva spingere più in là, in questa che a livello di scarna trama altro non è che la solita storiella della vittima che si invaghisce del carnefice. Lee confeziona tuttavia un mélo pastoso, con la pecca di essere più lungo del dovuto (alcune cose superflue, come la traccia amorosa in fumo anni addietro con l'altro puttaniere, stavolta compagno combattente), ma saggio nella gestione narrativa soprattutto dal punto di vista spaziale e del controllo sugli attori.
















