28/01/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Sarebbe bastata poco più di un'ora e mezza —mio calcolo: un'ora e quarantacinque minuti esatti, a volerla tirare leggermente per le lunghe— al neozelandese Andrew Dominik per raggiungere quello che ha raggiunto con due ore e quaranta minuti. L'assassinio di Jesse James, adattato dallo stesso regista dal romanzo omonimo di Ron Hansen, potrebbe esser pensato narrativamente come una graphic novel già dall'uso del voice-over. E racconta qualcosa di molto diretto negli intenti, in realtà: l'inesorabile mitizzazione del bandito nell'immaginario americano.Il perno centrale del film è (dovrebbe essere) il gesto dell'uccisione, la sua nascita e le conseguenze che se ne traggono. Abbiamo così un giovanotto qualunque, Robert Ford (Casey Affleck), nel quale nasce deformata dal mito stesso l'ossessione di farsi egli stesso bandito, di avvicinarsi all'eroe figura stampata nei racconti illustrati d'infanzia. Ford ha maniacalmente costruito un piano di piccola grandezza —sebbene timido ed incerto—, ha instaurato un rapporto di ammirazione, quasi affettivo; ma anche già di rancore, perché come il bandito Jesse James (Brad Pitt, anche produttore) lui non potrà mai diventarlo. La sua tragedia, come in ogni buona tragedia, è già segnata.
Questo il quadro di fondo, sul quale la narrazione deve preparare il tradimento. Dominik sceglie di raccontare tutta la storia come evidentemente era nel libro, dimenticando forse (il produttore Pitt deve averlo aiutato a dimenticare) che il vero protagonista del suo film sarebbe per l'appunto Ford, e non Jesse James. Quindi segue tutti i passaggi fra i membri della gang di James, nei quali sono svariate le scene in cui Ford (e spesso anche James) non c'è proprio. Una scelta che genera parecchie scene inutili, facilmente sostituibili da ellissi. Al racconto, dunque, manca economicità.
Stilisticamente, le cose belle non mancano. Aiutato della splendida fotografia di Roger Deakins, densa di tonalità rosse e di contrasti, Dominik sfiora costantemente l'elegia, efficace anche negli interni. Anche qui però sembra perdere il focus della pellicola, allungando i tempi come se dovesse scoprire chissà cosa negli interpreti, anche i più secondari (ad esempio sul personaggio di Ed Miller, interpretato da Garret Dillahunt, la cui uccisione viene mostrata in flashback anche quando poteva essere resa semplicemente con l'analessi verbale del racconto di James) e non solo per quanto riguarda giustamente il confronto centrale.
Dall'uccisione di Jesse James in poi, però, il film combina solo cose buone. Perché torna a delineare quel quadro più ampio oltre il fievole abbozzo di psicologia che a tratti emerge nel resto del film, senza essere però granché approfondito, riprendendo il filo del bandito come rappresentazione, come "intimità culturale" della nazione americana. Poco interessa infatti, e nei fatti, di com'era Jesse James in questo film: interessa semmai come, dalle storie che leggeva Ford da piccolo fino alle fotografie del suo cadavere, è stato impresso nel pubblico. Da qui nascono sia il gesto di Ford che quanto ne segue. La sua stessa morte avviene davanti al ritratto di un cavallo, nel quale oltre a sé stesso si riflette l'immagine di colui che lo ucciderà. La riproposizione di questo atto, fedelmente riprodotto stavolta su un palcoscenico, genera una crisi di rigetto: la gente non è pronta ad accettare il traditore che ha assicurato il bandito alla "giustizia", perché da sempre per lei il bandito è l'eroe.
Perfetta la conclusione, anche perché specularmente opposta all'incipit —incluso il voice-over che al di là di queste due circostanze non è sempre usato nel migliore dei modi— che riassumeva la figura di James, bandito che circolava tranquillamente in città travestito da rispettabile uomo d'affari. Un uomo comune, un uomo del popolo. Peccato che il film si sia scordato della meta per buona parte della sua durata. Un soggetto come questo si prestava ad una riduzione; Dominik ha provato a farci un lungo ed arioso poema attorno ma non gli è riuscito.
















