01/02/2008 | di Alberto Di Felice
Super Nacho** Amalgamare il ritmo catatonico del Jared Hess di Napoleon Dynamite con la comicità rigurgitante di Jack Black si prova cosa non facilissima in Super Nacho. Il film mantiene il fondo di quella poetica dei negletti che aveva fatto la fortuna del film precedente —con un frate orfano innamorato della bella sorella Encarnación (la bella statuina Ana de la Reguera), sin da bambino aspirante luchador, che compra un pulmino agli orfani del suo convento del Messico profondo—, puntando però stavolta su un intreccio decisamente meno affollato e deviando di più nella direzione della comicità fisica. Ne esce fuori qualcosa di cui si vedono affetto e partecipazione, ma anche il filo sottile che lo tiene a galla.

Il problema del film è proprio che una volta posto il quadro di fondo ci si accontenta più che altro di lasciar fare Jack Black, che irresistibile lo è di suo ma anche lui non può fare troppi miracoli. Sorge il sospetto che l'ingresso nel team di sceneggiatori, precedentemente composto da Hess e la moglie Jerusha, di Mike White (attore/sceneggiatore di Orange County e School of Rock) non abbia giovato alla solidità dell'intreccio, che si sposta spesso svogliatamente fra una serie di situazioni accidentali. Nonostante sia evidente che Hess sa far parlare l'inquadratura (geniale il campo medio di Black con lotta sullo sfondo nel primo combattimento): per lunghi tratti è proprio la progressione interna della storia che manca.

Debolissima la caratterizzazione dei personaggi secondari —specie del compagno di lotte Esqueleto (Héctor Jiménez, inguardabile fauno Tumnus dell'inguardabile Epic Movie
)—, l'unico a tenere in piedi la baracca quando non si è sul ring (ma anche quando si è sul ring, anche se in questo caso gli stunt di Julian Bucho e Nick Powell avranno avuto un ruolo) è giustappunto Black, con le sue movenze, le sue facce, e due canzoncine immancabili in cui ovviamente fa anche i riff di chitarra.

Quello che c'era nel film precedente del regista, ovvero un surrealmente poetico ritratto corale di drop-out orgogliosamente per l'auto-determinazione in un'odierna America di frontiera fuori dal mondo, viene meno data l'inesistenza dei secondari. Rimane
semmai un tributo generico al mondo della lucha, avvolto dalla bella fotografia supercolorata di Xavier Peréz Grobet, in cui i costumi e pazze coreografie di lotta la fanno da padroni.
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