01/02/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Come l'Ozpetek di Cuore sacro, l'Olmi di Centochiodi si offre sadisticamente alla derisione. Anzi, direi di più: il fatto che Olmi non abbia mai rinunciato a un doppiaggio che almeno nella parte meno peggio del nostro cinema è ormai fortunatamente sparito, relegato alle sconcezze (sulla fiducia) mocciane o alle fiction tv, e il fatto che si sia scelto il simil-Cristo Mr. Jägermeister Raz Degan come protagonista, assicurano che anche al meglio disposto debba nascere in un qualche punto una risatina nel profondo.Un film in cui abbondano simboli e gesti più o meno di pronta lettura, oltre ad alcune frasi "da cioccolatino" (saranno davvero sceme e magari false? Dubito, sebbene con distinguo) già entrate nel sottobosco dello stracult. Tutta colpa di Adriano Giannini. Eppure anche un film estemporaneamente plumbeo, gravido, provocante. In una cultura come la nostra, nella quale lo spirito atavico della carta seppellisce la vita pubblica con tutto il suo peso, affossando ogni decisione nella cavillosità della parola piegata al proprio fine particolaristico, nella burocrazia anti-popolo degli amministratori e della giustizia (facciamo ridere tutta l'Europa, e forse anche il Burkina Faso), delle varie caste fuori dal tempo, questo film rimbomba perentoriamente, e scuote.
Superficialmente tacciabile di oscurantismo, quell'immagine dei libri piantati a terra, eppure, nella sua imperiosa provocatorietà, anche un'immagine pura, capitale. Bellissima. Come ogni gesto forte, da non guardare con i paraocchi ma da interpretare nella sua dimensione di simbolo, richiamo contraddittorio ad altro. Perché è chiaro che si tratta di tutt'altro che oscurantismo: semmai un aprire quei libri, pugnalarli perché offensivi verso la loro stessa lettera. Quei chiodi non puntano ai libri, ma alla loro esegesi.
Destinazione dell'arte non è che l'uomo, destinazione della religione non è che l'uomo, destinazione della politica non è che l'uomo. Olmi sceglie il Cristo umano: se non possiamo non dirci cristiani, è anche vero che siamo cristiani nel modo che fa comodo a chi definisce la cristianità. Coraggiosamente, abbracciando il ridicolo in cui purtroppo una tale figura è oggi ridotta (ad esempio dal Cristo modellino maya domatore di giaguari; ma soprattutto dall'azione terrena della nomenklatura sua erede), Olmi torna al Cristo della tentazione, del peccato, dell'amore. Torna al significato semplice e toccante della parabola del figliol prodigo, il perdono e la pietas universale che la sfera pubblica, soprattutto delle alte gerarchie ecclesiastiche, ha corrotto a dichiarazione burocratica, nuovi dogmi del sociale che dicono all'uomo come dovrebbe essere e non lo perdonano nei fatti per come è. Torna agli uomini ingenui, che sbagliano, che si aiutano fra di loro. Questo film è qui, è pieno di ridicoli difetti e momenti soavi, non ce ne sarà un altro. E vale la pena di vederlo, scevri da pesi.
















