07/02/2008 | di Alberto Di Felice
*** [8] È un cerchio perfetto, asciutto ed impietoso, quello che Woody Allen chiude con il suo Cassandra's Dream. Tragedia-commedia-tragegia che ribadiscono, nel macro e nel micro, e con una superba solidità di scrittura e regia, le ossessioni del regista, ormai ricomposte in una nuova cornice che sembra averle adattate di quel poco che basta nell'insieme a sorprendere. Se Match Point spiazzava (e troverete chi vi dice che questo è una fotocopia slavata: non è vero), pur trattando nella sostanza nulla di nuovo, e Scoop tornava con l'ausilio fisico di Allen a calcare palcoscenici apparentemente più faceti e familiari, Cassandra's Dream dovrebbe ormai rendere chiaro anche ai muri che abbiamo a che fare con una riflessione unitaria, che ripete con significative variazioni.La tragedia che si tramuta in farsa, e per tramite di questa torna ad esser tragedia. Allen gioca, con una metodologia che è tipica tra l'altro dei suoi dialoghi comici, sul climax e l'anticlimax sia all'interno delle singole opere che fra un'opera e l'altra, accosta nel giro di tre film, chiusi a sandwich, il genere "alto" ed il prosaico. Nella terra di Shakespeare —uno, non ci sarebbe bisogno di dirlo, che di commedie e tragedie se ne intendeva— sceglie in quest'ultimo film di sottolineare ancor di più l'elemento di classe, creando la piccola epopea di una famiglia che taglia trasversalmente ricchezza e miseria, quindi interiorizzando pienamente il conflitto e ribaltando la polarità del delitto.
Così la riflessione sulle aspirazioni, sul caso, sulla colpa e sul castigo destabilizza la freddezza dei personaggi, che cercano di diventare dei parvenu di sé stessi. Partendo da una biblica coppia di fratelli, Ian (Ewan McGregor) e Terry (Colin Farrell), che chiedono aiuto al ricco zio Howard (Tom Wilkinson): uno più sicuro (Ian) e l'altro più debole (Terry), figli di un padre povero (John Benfield) e di una madre con adorato fratello pieno di soldi (Clare Higgins). Commettono un omicidio con rozzi aggeggi, relitti d'infanzia di uno dei due, non molto lontani da una pietra o un osso preistorico per fratricidi fra primati. Ma ecco l'ironia del gesto, un fratricidio appunto, già nell'incontro inatteso fra futura vittima e carnefici: la vittima, Martin Burns (Phil Davis), è un terzo doppio, più precisamente un doppio di Terry, e Terry (che è il primo a sparare) è anche colui che ha riassemblato il rozzo aggeggio d'infanzia per il crimine, oltre ad essere colui che ne vivrà il patema. Abbiamo quindi tre coppie di doppi: i due fratelli (il meccanico e quello che guida le macchine di lusso dei clienti che questi gli presta, quello con la moglie popolana e quello che punta più in alto di una misera cameriera nera); il più debole ed instabile giocatore Terry e l'imbelle ma pericoloso dipendente di zio, Burns, di umili origini e anch'egli appassionato di poker; il deciso aspirante albergatore californiano Ian con il ricco zio Howard con ospedali (che non devono essere molto diversi da degli alberghi) fra California e Cina.
È venuta meno ogni integrità nei personaggi già da questa rete di richiami che polverizzano l'unità ideale della famiglia. Stavolta la vetta cui aspira la cupidigia è interna, domanda l'ingresso in un club di cui per sangue si farebbe già parte. E, per questo insostenibile, drammaticamente richiede una più spietata implosione dall'interno. La punizione non è più evitata come in Match Point, né portata da fuori come in Scoop: è autoinflitta. «L'unica nave che attracca di sicuro ha le vele nere».
















