07/02/2008 | di Alberto Di Felice
Cloverfield**½ [7½] In The Blair Witch Project, tanto per partire dal film che automaticamente salta fuori perché tutti lo nominano, il centro semantico era lo spazio ai quattro lati dell'inquadratura, quello nell'inquadratura celato allo spettatore, e da ultimo quello dietro la camera, ossia il fuori campo esterno ed interno espressione del "mistero" alla base (di buona parte) dell'horror. In Cloverfield, viceversa, la costruzione generale dell'uso che si fa di quanto viene ripreso dalla camera (in questo caso una videocamera digitale) si basa sulla sovrapposizione temporale di parti del girato. Sul montaggio, dunque. Queste parti sono due: la prima (che è quella dalla quale si parte) si svolge il 27 aprile, quando Rob (Michael Stahl-David) e Beth (Odette Yustman) si risvegliano nell'appartamento del padre di lei che dà su Central Park; la seconda si svolge neanche un mese dopo, il 22 maggio, dai preparativi della festa per Rob, che sta per partire per il Giappone causa elezione a vice-presidente di chissà quale multinazionale, fino alla mattina del 23, quando di nuovo Rob e Beth giungeranno sotto lo Stone Bridge di Central Park.

La seconda parte è registrata sopra alla prima, essendo usata la videocamera di Rob senza cambiare nastro. E nonostante il film sia sbandierato come film catastrofistico (cosa che in parte, molta parte, e forse un po' troppa parte è), il suo interesse a mio avviso consiste nella relazione fra queste due entità. Sono due parti temporali
che nel filmato sono in rapporto presente-passato, ma che lo spettatore è chiamato, mentre vive la "realtà" che si sviluppa dalla sera del 22 maggio (ripresa stabilmente da un solo operatore dilettante) come perno del suo tempo attuale della visione, a leggere entrambe nel passato: allo spettatore viene segnalato subito che sta per vedere un filmato secretato negli archivi militari, e sa che Central Park non esiste più. Questo meccanismo è rafforzato dalla proiezione in avanti effettuata dalla consapevolezza del futuro viaggio di Rob, che sappiamo non ci sarà.

Un'altra cosa interessante è che quello che lo spettatore vive come presente della storia e della sua visione (sapendo che è passato) viene presentato subito come documento, ma non un documento giornalistico o con ambizioni di inchiesta od oggettività: la ripresa della sera del 22 maggio nasce dalla registrazione di alcuni messaggi di amici a Rob, prima che questi parta, affinché lui possa vederli ed ascoltarli una volta arrivato in Giappone. Di più, questi messaggi vengono presentati come simili ai tipici messaggi di amici ad un matrimonio; e quello che diventerà l'operatore del(la maggior parte del) film, Hud (T.J. Miller), viene convinto a farsi carico del filmato per avere l'opportunità di attaccare bottone con Marlena (Lizzy Caplan).

In questo modo, il film crea una dinamica interna fra le due entità temporali che ha come fattore modellante i sentimenti del protagonista Rob in rapporto a Beth, con la quale è amico da una vita e che è da poco anche una sua ex. O meglio riflette da demiurgo su quanto Rob scoprirà durante il film. Quello che avviene la sera del 22 maggio viene interrotto più volte dai frammenti registrati e non cancellati del 27 aprile, con Rob e Beth che in metro si stanno dirigendo felici a Coney Island. Il film li separa subito, quando lei lascia la festa, e fa leggere la fuga dalla/e strana/e creatura/e che ha/nno invaso Manhattan come un rincorrere appunto Beth, che va salvata.

Quello che sembra sostenere l'ossatura del film, dunque, non è tanto la creazione di un'apocalittica replica dell'11 settembre con mostri, con intenti di critica sociale o massmediatica sull'immagine, bensì l'uso di questo momento di pericolo conclusivo e terribile come epifania dei sentimenti, della perdita e dell'incancellabilità delle scelte e dei rapporti. Un'idea molto interessante, portata avanti coerentemente. Eppure in questo stona un po' buttare dentro l'esercito ed il governo, qualche perso motivo che sembra chiamare in causa la televisione (il mostro iniziamo ad adocchiarlo meglio al telegiornale su schermi al plasma o lcd), i disastri ambientali (la petroliera capovolta), richiami all'uragano Katrina (una Manhattan invasa da vandali e saccheggiatori). Sembra che, nonostante la bella idea di base, non si sia voluto evitare di cadere in un quadro catastrofistico leggermente furbo, con vari richiami acchiappatutto lasciati a galleggiare. Anche perché c'è la scusa un po' comoda di non dover spiegare niente, tantomeno il titolo. Forse (anzi, sicuramente) per accontentare un pubblico cui piace avere materiale su cui fantasticheggiare. E di certo J.J. Abrams e Drew Goddard hanno una certa esperienza nell'inseguire i gusti. Nella sostanza è un film con molti motivi di lode, ma senza il coraggio di essere radicale. Forse per la disponibilità di troppi soldi (30 milioni di dollari per un film con videocamera digitale non sono male) per gli effetti speciali?

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