08/02/2008 | di Alberto Di Felice
*½ [5+] Decisamente niente di nuovo in questo horror vampiresco che fa automaticamente tornare in mente il cinema di Carpenter, ma purtroppo solo come dato superficiale, se non altro per dispiacersi che a dirigerlo non sia stato proprio lui. Per dirla in breve, abbiamo null'altro che il tipico film d'assedio con mostri fuori e vari personaggi-tipo dentro (ma anche dentro, poi fuori, poi di nuovo dentro con qualcuno in meno) a dovere evitare il peggio. A valorizzare questa premessa da film di genere tutto d'un pezzo ci pensa la miniserie a fumetti di Steve Niles e Ben Templesmith, che progetta un setting che a memoria non è mai stato sfruttato per siffatte imprese. E gli sforzi produttivi per far sì che l'ambientazione quasi-polare non venga buttata via ci sono tutti nella scenografia di Paul Denham Austerberry.I cattivi sono vampiri, di quelli che sembrano andare alla grande perché offrono molti meno problemi: hanno fame, più che sete. Il che vuol dire che sono tanto vampiri quanto zombi velocissimi e feroci senza carattere, al massimo qualche caratterizzazione fisica. Ed è troppo chiedere che rappresentino qualcosa come fanno gli zombi più validi: hanno solo fame. Nell'occasione però non si dimentica che la figura dovrebbe avere anche una sua dignità romantica, e quindi almeno sono vestiti elegantemente, sono tutti bianchi e bianchissimi, e parlano una lingua di radici sconosciute al sottoscritto. Guidati da un capo ateo devoto all'occultamento della razza (Danny Huston), cui piace parlare alle povere vittime che non possono capirlo (ma forse possono, come noi, dato che ci sono i sottotitoli), fanno il loro dovere. Quanto agli umani, servono storie umane. Quindi abbiamo un protagonista, lo sceriffo Eben (Josh Hartnett) che è separato dalla moglie Stella (Melissa George), e ne segue che ricucire il rapporto di famiglia fra i due sarà la preoccupazione ultima dello script (di Niles con Stuart Beattie e Brian Nelson). Poi un po' di necessari secondari solo abbozzati.
Alla regia di tutto questo è evidente che non c'è Carpenter. C'è il regista di un buon film che da noi non è mai uscito, David Slade (Hard Candy), e qui mancando un racconto interessante ci si accorge di più che in quel film che ha iniziato con video musicali. 30 giorni di buio sembra diretto dal regista occasionalmente fast-nevrotico di un qualche adattamento televisivo di un romanzo di King, del quale non è necessario ricordare il nome, così come sembra che la sceneggiatura stessa sia stata scritta da un adattatore qualunque di un romanzo di King, e che a montare il film abbia provveduto un montatore qualsiasi di un adattamento di un romanzo di King (invece è sempre Art Jones di Hard Candy). Non viene fatto un grande sforzo per centellinare e rendere interessanti i trenta giorni nei quali i poveracci di Barrow (anche loro un po' smunti) cercano di non crepare: più che farli passare da una parte all'altra della cittadina non si fa, e veniamo catapultati nel countdown attraverso ellissi e morti alla meno peggio. Per concludere con un'iniezione salvifica, un atto eroico che fornisce un bel finale con cuoricini funerei di fronte al sole sorgente. Perché il sangue dei vampiri infetta, sia chiaro, senza avere il problema di dire qualcosa sulla natura umana o altro. Visto che non c'era molto da dire, magari lo si poteva dire meglio in un'ora e mezza.
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