10/02/2008 | di Alberto Di Felice
*** [8=] La parola compra, vende, tappa i buchi e quando è il caso svela verità dannatamente ovvie che nessuno vorrebbe dire a sé stesso. Nel lungo termine e a posteriori, almeno. Se si cerca un regista che possa declinare queste funzioni (ma anche altre), Mike Nichols è un'ottima scelta, forse la migliore soprattutto se si parla di commedie: è uno sensibilmente più furbo dei furbissimi protagonisti dei suoi film, che di parole non sono certo a corto. La guerra di Charlie Wilson è la versione migliore di Leoni per agnelli, a proposito di parole, azioni e conseguenze, il nuovo (vecchio) piano dell'America per l'Afghanistan. È l'ultimo Comma 22 di Nichols, farsescamente agghindato ritratto di un uomo che praticamente da solo ha creato il circolo vizioso che un bel giorno ha risvegliato l'America.Nulla di meglio, per una situazione tanto tristemente ironica quanto arcidetta e più o meno confessata in mea culpa, che raccontarne la genesi sbattendo in faccia una commedia di successo prima della caduta che sappiamo, preannunciata dal suo eroe: un deputato repubblicano privatamente dedito ad ogni piacere della vita ma brillantissimo nel suo lavoro, condensato perfetto di vizi privati e pubbliche virtù. E ce ne sono come lui, oh se ce ne sono.
Così ecco che il diabolico Nichols prende la sceneggiatura di Aaron Sorkin, dalla provvidenziale sottigliezza e metodicità al temperino dei dialoghi, e col suo genio e ingegno ne spalleggia il gusto per la ricostruzione farsesca, sempre causticamente alle calcagna di quello che sta succedendo e si sta dicendo, sapendo che è quello che succederà dopo che conta. E quello che succederà dopo chiaramente non c'è bisogno di chiarirlo, essendo fatto notorio. L'apertura del film è tutto dire: annunciato da uno speaker sul palco a ritirare un meritato riconoscimento, ci presenta l'ingrato eroe con la proverbiale pomposità celebrativa riservata al paladino americano tutto pieno di valorosi sentimenti per la patria. Va da sé che questa stessa situazione, e la faccia di quell'eroe con dissolvenza in nero nel finale, da pompose passeranno ad amare. Nichols decanta e contempla la comica banalità della sciagura.
Un maverick della politica, anzi un renegade professionale ed indefesso. Non deve chiedere nulla a nessuno, semmai gli altri chiedono a lui: lui ha ben saldi i suoi ideali, dove contano e dove non contano, e al massimo può farsi ricordare come deve votare. Ha deciso tutto di come vuole che le cose vadano: segretarie più che avvenenti Charlie's Angels in bella mostra nel suo ufficio al Congresso, drink lungo tutta la giornata dalla mattina presto, una passione comprensibile per le signorine. Ma anche polso deciso ed ammirevole lucidità e capacità di mediazione. Anche se non sa cosa si può chiedere da bere in un paese musulmano. Possibile che un uomo così, una scheggia pazza, abbia fatto da sé decuplicando gli stanziamenti sotto copertura per comprare armi ed allenare i futuri nemici? Possibile gli sia bastata la sua abilità persuasiva e l'aiuto del figlio di un fabbricante di bibite greco? Basta poco, in fondo, Reagan non serve: bastano gli ideali e il resto, l'azione che ne deriva, cammina da sé. È esattamente questo lo sberleffo della tragedia.
La cadenza grottesca del film (la prima scena fra l'ennesimo enorme Philip Seymour Hoffman e Tom Hanks, fra le altre, è un gioiellino di ritmo) si rivela alla lunga sussiegosamente austera, progressivamente matura in una presa di coscienza con una chiusura serissimamente infausta ed aspra. A Nichols basta accorciare i tempi alla stretta finale, seccamente giustapporre le decisioni dell'ex-ante alle nuove dell'ex-post, e da una minima variazione si passa ad un desolato ribaltamento emotivo. Alla fine di questa commedia si arriva tripudiantemente giù di corda.
pubblicata su Cine Zone
















