16/02/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7½] Sarah Polley aveva ventisette anni quando, più di un anno fa, questo suo primo lungometraggio veniva presentato al Toronto Film Festival. Il dato sorprende: una ragazza così giovane (e bella) che fa sua una storia d'età anziana, la scrive adattandola da un racconto della connazionale canadese Alice Munro e la dirige. Si rimane meno sorpresi se si sa che tipo è la Polley: una che da giovanissima ha scelto di non venire a compromessi, di perseguire una propria politica nella scelta dei suoi ruoli da attrice, di fare quello che riteneva interessante. Quando sei una persona con le idee così chiare e vieni a contatto con Atom Egoyan, David Cronenberg, Isabel Coixet, Wim Wenders e Michael Winterbottom, la tua sensibilità di persona ed artista non può che progredire.Ecco dunque che così giovane la Polley può permettersi un film come questo, un soggetto in partenza proibitivo per una serie infinita di rischi: televisivo, pietoso, poetico spicciolo. Non crea un capolavoro, ma fa un piccolo film dignitoso, compostamente umano e pragmatistico. Con una evidente partecipazione, scava nella memoria concentradosi sul presente della coppia anziana, sul presente della perdita senza perdita. Fa così un bel lavoro sul tempo, scegliendo di spezzettare la risposta del marito Grant (Gordon Pinsent) all'Alzheimer della moglie Fiona (Julie Christie), ma mantenendo una continuità senza fughe nel lirico pomposo o nel patetico.
Il film non si focalizza infatti sulla malattia in quanto tale, ma la usa come velo rimosso che sostituisce per lo spettatore il bisogno di capire quanto è successo nella vita della coppia. Di questa vita sappiamo pochissimo, ma quel poco (che ci viene detto praticamente tutto durante il viaggio dei due verso Meadowlake) fa intravedere un rapporto e delle scelte. In questa scena la Polley mostra solo qualche inserto in flashback, sulla voce-off di Fiona: in contrasto con i colori di un inverno luminoso della fotografia di Luc Montpellier, e in contrasto con la semplice e bellissima panoramica sul volto sereno della giovane Fiona.
La prima volta che la vediamo usata, all'inizio del film, Grant ripreso di profilo in primo piano nella sua macchina (sta andando a casa di Marian, Olympia Dukakis): la macchina viaggia verso destra e in dissolvenza incrociata la panoramica viaggia verso sinistra. Sull'immagine della giovane Fiona sentiamo una parte del dialogo che vedremo più in avanti nel film (anche lì verrà inserita la stessa immagine) fra Grant e l'infermiera Kristy (Kristen Thomson), poi un'altra dissolvenza incrociata ci porta sulle nevi davanti a casa Anderson, con Grant e Fiona che sciano. Pochissimi tocchi, giusto qualche brano figurativo.
Questa semplice e gentile progressione, sbriciolando il tempo attuale, lo libera progressivamente di un peso ma non cancella il ricordo e la responsabilità. Ogni personaggio, non solo Grant, viene spinto a rispondere. Con merito di regista ed interpreti, prevalgono sempre l'onestà e la semplicità sulla letteratura, la trasparenza sull'innaturalezza.
pubblicata su Cine Zone
















