23/02/2008 | di Alberto Di Felice
** [6+] Con Io sono leggenda di Francis Lawrence si torna idealmente all'origine di quel genere, lo zombie movie, di cui proprio il romanzo omonimo di Richard Matheson da cui è tratto, precedente di quattordici anni a L'alba dei morti viventi di Romero, era stato ispiratore con i suoi vampiri fotofobici. Allo stesso tempo, il film giunge ultimo quando quel genere è già stato riletto abbondantemente, e con buoni risultati —si pensi al 28 settimane dopo dello spagnolo Fresnadillo uscito questa stagione. Quello che colpisce in negativo del nuovo adattamento, il terzo del romanzo, è il fatto che ciò che è propro di quel genere, ossia la carica sovversiva, è totalmente assente. E anzi è rimpiazzata da una traccia mistica che lascia più di un dubbio.Per rileggere il romanzo, la sceneggiatura di Mark Protosevich e Akiva Goldsman si ispira in maniera predominante all'adattamento dei Corrington per il film 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (titolo originale The Omega Man) di Boris Sagal, in cui il ruolo del protagonista era di Charlton Heston. Di questo riprende la caratterizzazione degli infetti, mutati dal virus non in vampiri bensì in albini famelici, e conserva il finale di speranza con la scoperta di un vaccino e un drappello di umanità pronto a perpetuare il genere. Ma anche rispetto al film di Sagal (che differiva comunque in parte in ciò dal romanzo e dal primo adattamento L'ultimo uomo della Terra del 1964 con Vincent Price), quello di Lawrence elimina ogni ambiguità, e con essa ogni critica, cancellando la presenza di umani infetti ma ancora ad uno stadio non avanzato della malattia.
Come nel 1971, anche qui abbiamo un colonnello dell'esercito che è anche medico, Robert Neville (Will Smith). Stavolta la calamità che ha decimato la popolazione mondiale nasce da un virus degenarato da un vaccino per il cancro che lo stesso Neville aveva contribuito a scoprire. Durante il giorno, quando gli infetti non possono uscire, Neville si procura cibo (anche cacciando cervi fatti un po' maldestramente al computer) e film in dvd e parla col suo cane e con dei manichini; nel laboratorio nello scantinato del suo appartamento (che nonostante tutto non conosce problemi per la fornitura di elettricità ed acqua corrente) tenta di scoprire un antidoto. Quasi ucciso da degli infetti, verrà salvato da una ragazza, Anna (Alice Braga), che con il giovane Ethan (Charlie Tahan) è arrivata (nonostante l'isola di Manhattan, dove vive Neville, sia stata isolata con tanto di ponti esplosi) dal Maryland in risposta ai suoi messaggi in radio. Crede che ci siano degli umani ancora non infetti nel Vermont, e sta andando lì.
Trasferito il setting da Los Angeles a New York, il film per forza di cose si fa leggere come allegoria dell'11 settembre. Già la prima inquadratura dopo il prologo (in cui la dottoressa interpretata da Emma Thompson, non accreditata, annuncia in tv la scoperta del vaccino) è chiara: l'ingresso di un tunnel allagato ricorda il sito di Ground Zero. E lo stesso Neville dice più volte di non volersi muovere da lì perché quella è la sua Ground Zero. La sua figura, che per la prima volta in un adattamento del romanzo decide volontariamente di sacrificarsi, assume caratteri quasi deificati, da superuomo (anche qui è chiaro il manifesto di un Superman/Batman piazzato in bella mostra a Times Square). Nel libro, Neville era considerato una leggenda in negativo, perché gli umani non ancora completamente infetti avevavo paura di lui in quanto li uccideva credendoli non più umani; qui diventa un messia che fa risorgere l'umanità. Le due ali sul vetro nel finale, più che una farfalla che gli ricorda la figlia si possono tranquillamente vedere come due ali d'angelo.
Il nuovo personaggio della donna che Neville incontra, da par suo, è portatrice di un candidamente religioso invito ad ascoltare, a credere. Anna crede ciecamente che ci siano ancora degli umani vivi, e sa esattamente dove; sa di essere arrivata da Neville perché ci è stata guidata da qualcos'altro che non i suoi messaggi. Alla fine del film lo scettico Neville farà quello che lei lo ha invitato a fare, ossia ascoltare. Se la traccia mistico-religiosa non fosse chiara, quando Anna ed Ethan arrivano nel villaggio del Vermont, ad accoglierli ci sono (oltre ad una bandiera USA) la vista di una chiesa ed il suono di campane. Una traccia fideistica e acritica che il regista di Constantine chiaramente fallisce a tenere a bada nel finale. L'unico accenno di riflessione il film lo produce in uno dei flashback con la moglie (Salli Richardson) e la figlia (che è la vera figlia di Smith, Willow), quando Neville fa riscannerizzare la moglie trovata infetta al primo controllo e lascia indietro un'altra mamma in lacrime col suo bambino. Ma alla fine ogni colpa viene ricomposta dal sacrificio volontario di Neville e dall'arrivo in un villaggio in cui ad accogliere Anna ed Ethan ci sono sempre dei militari buoni su cui fare affidamento.
pubblicata su Cine Zone
















