23/02/2008 | di Alberto Di Felice
***½ [8½] L'America si racconta con le storie dei suoi gangster. Non è la prima volta. Il criminale e la sua famiglia, biologica e/o allargata, sono i naturali prodotti umani, i modelli ideali ed epici di una struttura invisibile, quella del "potere", che nella macchina economica, politica e militare degli Stati Uniti trova il "demone" ultimo. Il film di Scott, se ce ne fosse bisogno, lo rende chiaro sin dal titolo, quasi come il Cronenberg di A History of Violence: in American Gangster vediamo la storia di un gangster americano. Che forse "America" stia (anche) in questo caso per "violenza"? Sembra piuttosto che Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian (co-sceneggiatore guarda caso dello scorsesiano Gangs of New York) per "America" intendano "ordine". Un ordine imposto appunto dal potere sistemico, illegale e machiavellico, che governa cosa e chi entra ed esce dal Paese, i principi da dettare per mungere le sue mucche da soldi e rimanere in piedi.Ci sono il criminale e il poliziotto, il nero e il bianco, diversi ma ugualmente reietti. Il primo, a modo suo, incarna i valori tradizionali americani: famiglia (fratelli, cugini e mamma accolti nella dimora fresca di vernice all'eroina) e matrimonio (la moglie non si tradisce), religione (la mamma si porta a messa tutte le domeniche), il Merry Christmas con la neve e i tacchini del Giorno del Ringraziamento, l'etica imprenditoriale protestante del duro lavoro, della parsimonia (niente gingilli) e del profitto sua giusta ricompensa, il rispetto della proprietà (il trademark). Non appare casuale che la facciata della sua stessa casa —che significativamente ci viene mostrata in campo lungo in due occasioni: l'arrivo della famiglia dal North Carolina e l'arrivo del detective Trupo (Josh Brolin) in cerca del malloppo prima dell'arresto— ricordi la Casa Bianca. L'altro pure incarna valori tutti americani: la legge, l'incorruttibilità, l'onestà, la testardaggine del giusto. C'è però che entrambi se la cavano parecchio male nei campi che sono il punto di forza dell'altro: il criminale è appunto un criminale, e il poliziotto non sa cosa sia la famiglia né cosa gli sia conveniente. Il film è ovviamente impegnato, senza farci vedere i due assieme se non alla fine, a opporne pregi e difetti, doppie facce (che infine si uniscono e completano) di una doppia nazione. Ma l'affresco di storia vera, pur rispettando i loci classici del genere costruendo su questa opposizione buona parte di sé, con frequente ottimo uso delle sequenze a episodi e del montaggio parallelo (opera del fido Pietro Scalia), oltrepassa il dato umano e la saga universale sulle origini del male e del bene, su intrighi, morte e fatalità, che sfumerebbe quasi nell'indefinito: si impone soprattutto come commento politico circostanziato e preciso.
Questo film infatti non racconta la solita ascesa e caduta di un mafioso. Pur evitando facili schematismi, si conclude con la messa in accusa non risolutiva o totalizzante del sistema stesso, o meglio della sua parte marcia, il suo anello più debole: l'avversario del detective Richie Roberts (Russell Crowe) non è il boss Frank Lucas (Denzel Washington), ma quelli per cui lavora. Lucas pensa orgogliosamente di essersi guadagnato l'indipendenza, l'agognato sogno americano: lui non lavora per nessuno se non sé medesimo. Il film non genera parallelismi manichei, tuttavia ci dice a chiare lettere che non è così: Lucas si sta arricchendo grazie alle bare dei soldati morti in difesa della "democrazia", in Vietnam, e per conto di un vasto apparato di corruzione che dà da mangiare a due terzi di quelli che dovrebbero dargli la caccia. Lo fa tagliando fuori gli intermediari, andando dritto alla fonte della droga e vendendola direttamente al pubblico. Il suo mentore e capo per quindici anni, Bumpy Johnson (Clarence Williams III), non vedeva la cosa di buon occhio: per lui l'eliminazione degli intermediari era il problema dell'America. Fra la droga e il pubblico che la consuma c'è adesso solo la polizia, pubblico potere che non fa il suo dovere.
Fatte le differenze del caso, viene per certi versi in mente il discorso portato avanti da Redford con Leoni per agnelli. In entrambe le pellicole si riflette sulla mediazione come fattore irrinunciabile, sul ruolo civile delle scelte: Scott trova in un poliziotto "boyscout" e in un boss decaduto quella "parte migliore" del Paese che Redford spera di rintracciare nelle decisioni future di una giornalista e di uno studente. Scott fa come Redford un pamphlet, assieme disilluso e assertivo, ma senza l'aulicità del pamphlet redfordiano, lavorando con le associazioni e metafore della narrazione di genere anziché prendere più alla svelta il toro per le corna. Riprendendo il filo della "mediazione", si potrebbe dire forse che Scott fa più affidamento sul potere mediativo del cinema, testimoniando la sua persistente valenza ermeneutica sul reale. In ogni caso, mostrando un cinema che per essere civile non deve esibire il suo impegno, per essere critico non deve rifuggiarsi nel nichilismo, e che per descrivere una nazione sceglie di dire che il suo valore —citando le parole di Frank a suo fratello Huey (Chiwetel Ejiofor)— si vede solo da chi è "the weakest one in the room".
pubblicata su Cine Zone
















