23/02/2008 | di Alberto Di Felice
Il club di Jane Austen** Di tanto in tanto esce un film di quelli che si direbbero fatti apposta per signore. Il più delle volte, questo film ha quelle qualità letterarie che spesso si associano alla media produzione televisiva, altre volte agli adattamenti cinematografici di romanzi di Jane Austen. Ci sarebbe da ragionare su queste generalizzazioni, e forse proprio questo è il senso principale del film di Robin Swicord, una media produzione cinematografica tendente alla media produzione televisiva, adattamento di un romanzo (di Karen Joy Fowler) che trae linfa dall'autrice letteraria per signore per antonomasia.

Scritto per lo schermo dalla stessa Swicord, alla prima regia di un lungometraggio dopo esser stata sceneggiatrice di altri adattamenti fra cui Piccole donne e Memorie di una geisha, The Jane Austen Book Club assembla gli elementi convenzionali di rito per apparecchiare una sempre rinfrescante serie di riflessioni tutte personali sulla vita e l'amore. In questo i sei libri della Austen fanno da filo d'unione come si può dire, citando il famoso dictum di Calvino, che «un classico non finisce mai di dire quello che ha da dire». Poco importa che il film in sé abbia lo stesso aspetto delle copie dei romanzi che leggono i sei membri (cinque donne e un uomo) del club: copie economiche, esemplari in serie, o un enorme tomo che mette tutti i romanzi in fila. Si potrebbe dire che anzi un film come questo per arrivare all'obiettivo, che è semplice e modesto, ha quasi bisogno dell'immediatezza della confezione, dei personaggi e dei dialoghi. Nessuno di questi esibirà doti particolari, ma quel che conta è nella lettera, nello spirito della carta di cui la pellicola è semplice veicolo.

Operazione dunque chiara, ben programmata sulle frequenze delle crisi della giovane e della mezza età. C'è un pizzico contemporaneo della Austen in ognuna delle cinque donne e dell'uomo che abitano nella californiana Sacramento, capitale di uno stato liberal (il suo stesso governatore/attore Schwarzy è un liberal mascherato) scelta per una commedia liberal fra palestre, caffé, sky-diving, divorzi, madri yuppie, figlie lesbiche. Programmata e forse programmatica, come è inevitabile quando si sa che alla fine le complessità e i drammi della vita verranno ricomposti, perché un qualche modo per guadagnare o riguadagnare la felicità lo si trova.

Così era nei romanzi che il club riesplora, così sarà forse per tempo ancora infinito, secondo quell'alternanza di ragione e sentimento, orgoglio e pregiudizio, che a ben vedere costituisce la spina dorsale di tutta la buona narrativa, che sia in un libro o in un film. E così nella pellicola della Swicord riecheggia il solito adagio, verità-bugia della vita come riflesso dell'arte, dell'immortalità di quest'ultima e della compenetrazione nel tempo di queste due dimensioni che vivono l'una dell'altra, per l'artista come per il semplice fruitore: la sua vita è già su carta, qualcuno l'ha già scritta ma ancora vi si possono trovare cose nuove. O almeno cose nuove per sé, perché se è vero che tutto è già successo, noi non possiamo che imbatterci in noi stessi adesso. Per dire questo, che per logoro che sia ai più far sempre bene ascoltare, bastano dei buoni interpreti e un po' di grazia. Fra un po' scorderemo questo film e avremo bisogno di un altro che faccia le stesse identiche cose.

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