24/02/2008 | di Alberto Di Felice
The Doors***½ Le porte, un abbaglio, una rivelazione persa. Un film in stato provvisorio come un'apertura, una transizione, anzi una trance. Era questo Jim Morrison? Probabilmente sì, ma dico subito che non me ne frega assolutamente nulla di chi era Jim Morrison. The Doors non è che una fantasia transazionale sul riff di "The End", un ghiribizzo non ripetuto (anche se Todd Haynes c'ha provato ben due volte) di perdizione artistica nel flusso degli eventi storici. È questa la fine, la porta verso l'interno/esterno in compartimenti di comunicabilità/incomunicabilità.

Stone crea un corso remoto e magmatico nel retroterra desertico del malessere. L'esistenza di tracce subliminali come quella di un antico viaggio vissuto nel sedile posteriore dietro un finestrino, uno sciamano, dei genitori avvolti in un ricordo ri-sognato, genera un viaggio autonomo, ora slegato ma pur sempre corrotto
dagli stessi. Mostrare quanto rimosso, far confluire le transizioni dal viaggio nel deserto alla materializzazione sul palco, è l'unica via possibile per integrare dinamicamente il soggetto ed il mondo.

Fluidità e al contempo assenza di forma, decomposizione mossa che per tramite di una figura morta ventisettene, ma persa già nelle ondulazioni culturali, frantuma un tempo che pur scorrendo rimane fermo in una fotografia storica verso la quale c'è rimpianto e critica. L'unico modo in cui Stone pensa si possa descrivere il profondo mito americano, la mostruosità della normalità celebrata nei media del conservatorismo.

Stone ha una capacità unica, quella di vuotare il sacco del fanaticismo usando l'antisistematicità della forma per rispecchiare la sistematica bugia del reale. Nel suo Morrison, l'America la vediamo ancora oggi ferma, remota, folle. L'arrivo sul luogo dove riposa adesso l'idolo, dall'altra parte dell'Atlantico, è una dichiarazione tombale di libertà ed insozzamento messi l'una di fianco all'altro. Come il deserto ed il palco.
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