26/02/2008 | di Alberto Di Felice
*½ Recentemente insignita di un Oscar, la bella Marion Cotillard (qui ovviamente stravolta dal trucco) si dispera a mo' di artista bizzosa e maledetta replicando (in playback, era anche difficile fare altrimenti) le performance della Piaf. Nella sostanza la bontà del film è tutta qui, se di bontà si può parlare: interpretazioni del genere sono la pietra tombale della recitazione, il cedimento all'enfasi verso la quale bisogna anche avere rispetto ed ammirazione data la figura ritratta.Micidiale combinazione con la pomposità di una confezione che rappresenta tutto quello che il cinema francese tradizionalmente è anche stato ma non dovrebbe essere: un laccato cinéma de papa. Il film di Olivier Dahan (réalisateur nientemeno che de I fiumi di porpora 2) è la solita lussuosa celebrazione che è convinta di estorcere commozione col manierismo o con la più ridicola banalità. Cito due esempi insopportabili.
Il primo: per mostrarci il dolore della Nostra alla notizia della morte del suo amante in un incidente aereo è necessario un lunghissimo semi-sogno in piano sequenza che la segue nella sua grande casa newyorkese e che, direi ovviamente, si conclude facendola arrivare magicamente sul palco. Il secondo: la Nostra e il marito sono dal medico e l'ultima inquadratura della scena riprende la Nostra in campo medio con sullo sfondo una parete blu sulla quale sono dipinti svolazzanti uccelli. Così ci ricordiamo che "piaf" è "passero". «Io voglio uscirne, io posso». Se la cosa non fosse chiara, ci pensa un cambiamento di messa a fuoco a farcela capire meglio.
E sulla Piaf? Assolutamente nulla, perché pare che basti farci capire che era disperata perché la vita era stata cattiva con lei. E si ha anche la faccia tosta di spacciare la costruzione temporale, con un bel po' eliso negli andirivieni, come rivelatoria.
















