26/02/2008 | di Alberto Di Felice
***½ [9+] La vita —mi ripeto ricollegandomi a quanto scrivevo di Into the Wild— è descritta dalla combinazione di due dimensioni: la tua immagine di te stesso e l'immagine di te che hanno gli altri. Alla luce di questo, non occorre essere ridotti nello stato di Jean-Dominique Bauby (Mathieu Amalric) per sentirsi rinchiusi in uno scafandro. L'unica differenza con lui è forse quella di non essersi ancora immersi in acqua. Paradossalmente, appunto per questo, rispetto a lui a noi manca anche la capacità di leggere nella nostra condizione il bisogno di liberarci nel volo della farfalla, che non è semplicemente la fantasia ma più concretamente l'adeguatezza a capire la vera portata della nostra interazione con gli altri.Il film francese del pittore-regista americano Julian Schnabel permette al suo protagonista di fare questo passo superando con la sua processione dura e soave la stasi della voglia di morire. Immagino (ma non servo io, qualcuno l'ha già fatto per me) che in una situazione di tensione incerta ma apparentemente univoca verso la fine, la reazione naturale di chiunque sarebbe quella di rigettare il dolore e negare la vita. Questo sarebbe il contenuto di qualche altro film sull'eutanasia che questo non è. Invece, accettata suo malgrado l'immobilità cui si è ridotti (anche se qui il film bara spudoratamente: chi non vorrebbe vivere quando le infermiere che ti accudiscono con infinito amore, l'ex-moglie e la tizia che ti manda la tua casa editrice hanno quell'aspetto?), dato che non si può riposare o dormire più di tanto, si inizia poi a concedersi forzatamente il tempo che non passa del presente. E accanto all'evasione da questo nella fantasia subentra la memoria del passato. Non quella che ti distrugge ricordandoti quello che avevi, ma quella che mostra realmente il senso di come sei stato.
Fermo sul suo letto, a Jean-Do succede quello che succedeva al Christopher McCandless morente nel vuoto dell'Alaska: si accorge della luce che splende sulle persone. Così giunge il momento in cui l'unica cosa che gli rimane nel suo presente sono loro, la loro reazione al suo stato attuale, e la memoria dei rapporti dei quali non aveva cognizione prima che nel suo scafandro si immergesse in questa dimensione subacquea. Una delle scene più toccanti e significative del film, anche se non lo sappiamo ancora esattamente come non lo sapeva Jean-Do, è il dialogo col padre interpretato dallo splendido Max von Sydow, mentre Jean-Do gli fa la barba.
In questo gesto assolutamente semplice e in un dialogo serio e giustamente anche un po' sbruffone si vede a parti invertite la condizione dello Jean-Do che pensa, costretto ad una riflessione anziana nell'età interrotta apice della sua giovinezza/maturità. Su uno specchio delle foto, il padre riflesso nel figlio, due prigionieri, il Casanova novantaduenne che dimentica cosa vuol dire a un figlio Casanova che ora lo sta ricordando. La conversazione, e il ricordo, continuerà al telefono più in avanti, nel presente della prigionia di Jean-Do, ma la sua vera conclusione sarà nel flashback di un ritorno alla vita tramite la sua interruzione, di fianco al figlio. «Siamo tutti dei bambini. Abbiamo tutti bisogno di riconoscimenti. Voglio vedere i miei figli».
















