01/03/2008 | di Alberto Di Felice

Rendition - Detenzione illegale [5½] Ai film che con vario merito tentano di approcciare la questione americana nel mondo politico odierno si aggiunge Rendition del sudafricano Gavin Hood, il cui Tsotsi vinceva (immeritatamente) due anni fa l'Oscar per il miglior film straniero. Il tema, come suol dirsi, è di quelli importanti: la deportazione di sospettati di terrorismo all'estero da parte dei servizi segreti USA al fine di carpire informazioni con la tortura. Purtroppo però non si registrano progressi quanto ad acume e sottigliezza nella direzione di Hood, indipendentemente dal fatto che stavolta il film non è scritto da lui ma da tale Kelley Sane. Anche in questo caso si palesa purtroppo la stessa faciloneria nel delineare il quadro ed i personaggi quasi a mo' di teleromanzo, con probabilmente anche la convinzione di star facendo molto sul serio.

La cosa è evidente in come si sceglie con un giochetto di montaggio a incastro di svelare la costruzione del film come una ri-costruzione. Nel finale viene infatti svelato che la sottotrama costituita dalla vicenda privata della fuga amorosa di Fatima (Zineb Oukach) è in realtà una sorta di flashback rivelatorio (sì, ma di cosa?) spezzettato e allungato, che confluisce nel ritorno a casa dalla moglie in lacrime del padre Abasi (Yigal Naor) e in quello dalla famiglia del torturato Anwar El-Ibrahimi (Omar Metwally). L'espediente avrà successo nel creare un crescendo che accentua la drammaticità umana del film, ma in realtà rivela ben poco se non appunto la predilezione, che nel caso di Hood sembra farsi conferma, a semplificare malamente in senso tragico-borghese la storia.

La drammatizzazione, per quanto elementare, tuttavia non è esasperata grazie anche ad un cast adeguato. Su tutti forse il sempre ottimo secondario Peter Sarsgaard, seguito da una Meryl Streep che veste Prada a parti invertite rispetto alla sua giornalista di Leoni per agnelli, dalla moglie incinta interpretata dal sole della Louisiana Reese Witherspoon, dal caro vecchio Alan Arkin e del giovane analista CIA Jake Gyllenhaal.

Il film è molto semplicemente un medio prodotto di comoda ed innocua denuncia (che per far meglio le cose suggerisce anche la colpevolezza del torturato), con acqua di rose e sufficienti valori produttivi alle spalle. A tradirne la modestia è in partenza già lo script, che non va oltre la proposizione del tema importante, degli sforzi dei buoni (Sarsgaard e Gyllenhaal), del politicheggiare delle alte sfere (Streep ed Arkin) e di vari struggimenti privati (Witherspoon, Oukach). Partendo da queste premesse sarebbe stato difficile combinare molto di più.

Quanto al tema importante, questo viene come già detto affrontato facendo leva su un lato umano neanche studiato benissimo, cercando con esso di sollevare questioni di fondo del resto ben chiare già da sole, quali l'eclissi del diritto o l'uso politico del terrorismo. Il che fa venire a galla un'ingenuità piuttosto evidente nella dabbenaggine con la quale si tiene in considerazione la cornice, ridotta a due politici e qualche ragazzino kamikaze.

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