11/03/2008 | di Alberto Di Felice
** Un film invecchiato alquanto malaccio, e dunque squamato già in origine, l'esordio di Robert Redford può risultare finanche sconfortante nella sua banalità. Basti pensare al titolo, indicativo, apparentemente così sincero eppure attaccato ad un film che con la gente comune non ha nulla a che fare: semmai siamo fra la gente altolocata che può permettersi di farsi psicanalizzare per scoprirsi umana e peccatrice.Insomma si scopre la psicanalisi all'acqua di rose, condita con una minima critica all'orgoglio dell'istituzione familiare borghese. Gente comune è un melodramma che la perdona nonostante trovi una figura materna (Mary Tyler Moore) da incolpare di tutto. È quantomeno sospetto, tra l'altro, che i maschi siano tutti in regola. Più che timorato, è un film timoroso, incapace di oltrepassare realmente la linea di quella modificazione sociale che vorrebbe capire da dentro.
Cosa che faranno ad esempio, a loro modo, i film di Hughes. E guarda caso siamo anche qui nella realtà suburbana della grande città più provinciale degli USA, Chicago, regno microcosmico WASP per eccellenza alla vigilia dell'epoca del consumismo reaganiano. Solo che qui la gioventù bruciata si può rimettere in riga, i suoi meandri di sofferenza si possono pacificare in un abbraccio liberatorio: le sue categorie non sono diverse da quelle dei genitori.
Il film paga lo scotto di un'opera di semplificazione secondo la quale, seguendo appunto la psicanalisi all'acqua di rose, da A discende B e tutto è spiegato. Naturale dunque che la regia di Redford manchi di elevarsi al di sopra di asfissianti campo-controcampo e qualche inserto di montaggio che ci mostri (in una ricostruzione che più fasulla è difficile) l'antefatto di morte la cui accettazione libererà la salvazione.
















