12/03/2008 | di Alberto Di Felice
Repulsion*** Per fare psicologia al cinema non serve aver studiato la materia chissà quanto, o persino pensarci, come ha rivelato candidamente lo stesso regista agli specialisti che gli facevano i complimenti per questo film. D'altronde il cinema è per sua stessa natura occhio analitico sui meccanismi della mente: basta far funzionare i suoi meccanismi, o come altrimenti li si può chiamare i suoi "trucchi". Specie se sono trucchi di suspense.

Il primo di quella che sarà la trilogia dell'appartamento ne è un campionario alquanto vario e ficcante, come deformazione del banale quotidiano operata da Polanski. Ma prima che deformazione è dissociazione, dichiaratamente dentro l'occhio della camera: il film inizia col famoso particolare dell'occhio della protagonista Carole (Catherine Deneuve) che fa a gara con i titoli di testa che spuntano fuori da tutte le direzioni esterne dello schermo.

Polanski dissocia spazio e tempo, immagine e suono, in quanto dettati internamente da Carole, e dal materializzarsi nelle attese della sua vertigine. Ambientato ai margini di una Londra anonima nella quale bisogna fare lo slalom fra i lavori di sistemazione dei marciapiedi, di salotti di bellezza di vecchie signore, di pub e bar di altre comuni chiacchiere, il film fagocita quanto si sviluppa in questo esterno con grande secchezza, attraverso lo spavento impassibile della protagonista.

Quando Carole può segregarsi nell'appartemento, lasciata da sola dalla presenza (la sorella, interpretata da Yvonne Furneaux, che però purtroppo si è scordata di portare a Pisa con sé la foto di famiglia) che ancora la teneva a freno, i corpi cadaveriformi che la palesano inadatta si addentrano definitivamente trasformati nella claustrofobia scenica, in una serie di contatti ripetuti e martellanti. La casa, che prima come tutto il resto nascondeva una repressione, prende vita in segni di morte, e quel che è peggio nel mezzo di questa rianimazione patibolare qualcuno farà l'errore di presentarsi al campanello.
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