12/03/2008 | di Alberto Di Felice
Il fantasma del palcoscenico***½ De Palma al massimo del bislacco. Il mio spirito di ragazzino e di cinefilo non può che insuperberire di fronte a tale sogno/incubo d'infanzia, pastiche che nella confusa memoria posso accostare solo all'ovvio The Rocky Horror Picture Show, ma anche per qualche verso a The Blues Brothers. Questa improntitudine nello storpiare la visione del mondo glam pop-rock, di suo tutt'altro che nitido, sotto forma di gioco caleidoscopico, De Palma (o chiunque altro, se è per questo) l'avrebbe potuta produrre solo nel 1974 o negli anni che ci girano attorno, in ogni caso non oltre il 1980. Ma questo ha a che fare con quell'epoca molto più in generale.

Nell'opera rock che è Il fantasma del palcoscenico c'è forse qualcosa di più, o sicuramente di diverso rispetto agli altri due citati, dato che è di De Palma. De Palma, lo confesso subito a favore di chi non lo sappia, è fra i miei personalissimi diletti, e dunque questo film è per me anche e forse soprattutto un guilty pleasure. Il che ha anche a che fare con la sua natura di cult movie, ma è principalmente una caratteristica dell'opera depalmiana nella sua totalità.

Qui è la spettacolarizzazione fra il barocco ed il gotico a farsi portatrice del culto del voyerismo del regista, che si alimenta di una commistione di figure letterarie. Soprattutto attraverso il mefistotelico Swan (Paul Williams, autore della squisita soundtrack), nascosto nel suo balconcino e capace di riplasmare il palco e persino la voce del genio incompreso Winslow (William Finley) trasformandola artificialmente nella sua.

Swan con la sua Death Records (bisogna ringraziare il caso ed i Led Zeppelin per aver causato il cambio di nome da Swan Song Records) vende l'anima per continuare ad acquistare anime. Non è smania di conoscenza, bensì onnipotenza della messa in scena a conquistare questo ometto. E con lui De Palma, che apre e chiude il film con il logo multicolore e poi infuocato della Dischi Morte, il lento vortice-giradischi di un uccello morto. Vertiginosamente hitchcockiano, ovviamente.
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