12/03/2008 | di Alberto Di Felice
*** La magnifica ossessione del titolo, missione cristiana del romanzo del pastore dell'Indiana Lloyd C. Douglas, è anche l'assillo di Sirk dentro una storia tanto densa, beatamente prossima al ridicolo. L'opera di Douglas è uno schemino fideistico da fotoromanzo, e Sirk ne sottolinea astutamente il progresso e la raffigurazione. È il primo melodramma americano del tedesco, che si sceglie un materiale piuttosto ostico ma al tempo stesso perfetta "imitazione della vita" e di una profonda cultura americana.Secondo la definizione dello stesso regista delle sue prime commedie hollywoodiane, Sirk non fa tanto un racconto morale quanto un racconto sulla moralità della gente. Lo stile intelligibile del genere si fa dunque abito della colpa, disciplina dell'azione sociale. In questo caso direttamente con quel contrasto fra etica del capitalismo ed etica del protestantesimo che forma la spina dorsale del paese nato da un continuo pellegrinaggio, e le cui ruote sono ancora mosse da archetipi ideali filantropici.
Eroe prestante ma disabile del film è quindi un ricco, Bob Merrick (Rock Hudson), figliol prodigo che torna al padre (figura nella sua vita assente), dopo aver sperperato non tanto gli averi bensì la sua vita e le sue qualità. Queste sono simboleggiate dai suoi studi di medicina abbandonati, che riprende mosso a compassione dal suo agire, dalla pietà verso la sua vita, più che dai danni arrecati a Helen Phillips (Jane Wyman). Avviene così la trasformazione, sotto la guida di un profeta-predicatore, il pittore Edward Randolph (Otto Kruger), demiurgo specchio riflettente di queste vite risorte.
La cecità della protagonista femminile raffigura d'altra parte un'altra progressione, verso la rivelazione che è prima di tutto fede attraverso il ritrovato amore ed il perdono di colui che le ha ucciso il marito, rimosso totalmente dal film e presente solo come creazione a sua immagine della filosofia morale di Randolph.
















