14/03/2008 | di Alberto Di Felice
**½ L'ironia dell'amore, una deificazione pervadente degli innamorati che si muovono e parlano, come via per giungere all'unico realismo umano possibile, sembra avvertire la didascalia che apre dopo i titoli di testa, nello sguardo del cinema sulla realtà d'oggi. Gli amori di Astrea e Céladon è un film d'amore ambientalista.È un mondo apparentemente pacificato, quello dei due amanti, al contrario del nostro, nel suo spirito agreste ri-creato (anzi: creato con libertà anacronistica) partendo da vere scenografie naturali, altrove dal contemporaneo, per la camera di Eric Rohmer. Dentro, appunto, degli innamorati che pacificati però non sono, come non siamo e forse mai saremo noi (parlo almeno per me, ma spero il futuro mi smentisca), in quanto l'uno frapposto all'altro.
È il mondo shakespeariano che è tutto un palco che diventa l'universo del film, in maniera nello spirito non molto dissimile da quanto avviene in Branagh, specialmente guardando al suo As You Like It. Per Rohmer si tratta di affermare la fluidità della letteratura e la sua gentilezza in quanto verità del mondo, la possibilità di reintegrare le icone dell'arte (canto, pittura) e della vita all'unità simbiotica dell'amore, come tempio nel quale tutto di sé si esprime, ultima manifestazione divina.
Si forma, in questo piccolo mondo, l'universalità percepita progressivamente dai personaggi, e ovviamente principalmente dai due innamorati divisi. Non è solo un avvicinamento attraverso ostacoli al "tutto" che è l'amore, ma è anche il "gioco" dell'identità —shakespeariano anche il tra(ns)vestimento—, l'applicazione sensoria (sensi, specialmente il contatto tattile, che si avvicinano e si allontanano) della personalità. È di fatti venendo a scoprire la vera essenza di sé che si scopre quella dell'altro, e dunque si trova l'amore (sé stesso) che erroneamente si pensava di aver già compreso.
















