14/03/2008 | di Alberto Di Felice
Persepolis*** [8+] Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud compiono l'operazione taumaturgica di raccontare con un cartone, al contempo, l'esperienza interiore di una ragazz(in)a (che è la stessa Satrapi), sballottata sin da piccola dagli eventi, e quella instabile e visibile della Storia stessa. Per la piccola Marji, e dunque per lo spettatore, quella Storia è semovente, e le lenti per leggerla mutano di distanza per guidarla e/o confonderla.

Il film è, se può passare l'aggettivo leggermente ricattatorio (stiamo parlando di una bambina, il rischio di passare per paciocconi c'è), molto tenero nell'usare il disegno bidimensionale come in una recita di marionette di cartone, quasi ci fosse una macchina ferma nei primi tempi del fantastico, ad inquadrare uno spettacolo fantasmagorico di invenzioni che si muovono, compresi i fondali, davanti al suo occhio. Il tempo nel film passa con un montaggio fluido di apparizioni e scomparse, già dai bei titoli di testa fitti di simboli. È un film incorniciato da un nero e da ombre espressioniste, che fa ampio uso di tendine e iridi, ma che ingloba tutto mescolando i toni del riassunto di cronaca, della lettura socio-politica, ma soprattutto con la sincerità del racconto amaro e libero di formazione.

Con la necessaria prospettiva storica del flashback e della voce narrante, la storia di Marji è un gravido flusso di riflessioni costantemente raccordate per immagini. Sullo schermo scorre letteralmente la trasformazione di un paese, in dialogo con il nostro occidente, interamente attraverso la crescita della protagonista. L'ottica è chiaramente essenziale nella riuscita del film, che trova una mirabile leggerezza del tono proprio attraverso la licenza nella creazione dello spazio che la mente di questa ragazzina arguta permette.

Il passato ed il presente tribolato dell'Iran possono così essere pennellati in un vero e proprio teatro dei burattini (vedasi soprattutto il racconto satirico dell'ascesa al potere dello Scià) mescolando le narrazioni intradiegetiche di Marji e dei suoi parenti in un prezioso libro di memorie e viaggio dalle nevi di Teheran a quelle di Vienna, dalla libertà al chador, fino al punk e Michael Jackson.

Una delle caratteristiche più pregevoli del film è quella di ispirarsi principalmente al quotidiano, riuscendo a restituire una ricostruzione di costume (estetico, sociale e politico) lunga decenni, ed assieme trovare costantemente un abbinamento provvidenziale con una serie di epigrammi da questa non slegati, e anzi concretissimi negli assertivi ideali. Sconfiggendo con un bellissimo lavoro per tramite del mezzo, e con forte decenza morale, l'ombra dell'auto-indulgenza.

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