14/03/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7] Non c'è nessuna unità di luogo e di tempo nell'ultimo film di Sidney Lumet. Sceneggiato dall'esordiente Kelly Masterson (che, nonostante il nome, è un uomo), è una tragedia familiare newyorkese, tempestata nel vortice dei sobborghi e della città. La pellicola sembra voler inghiottire i suoi personaggi, e sembra volerlo fare incastrando non tanto l'ordinamento degli eventi quanto la gerarchia dei luoghi, vera gerarchia del tempo, intarsiando il casato del male lungo gli itinerari che i furgoni portavalore (o le auto, noleggiate o meno) percorrono nei giorni da cani, da fuori a dentro la maglia urbana.È lo stesso tragitto, come li stesse instradando, dei fratelli Hanson, Andy (Philip Seymour Hoffman) ed Hank (Ethan Hawke). Il protagonista doveva essere uno solo di loro, prima che Lumet decidesse dovessero esserci due fratelli. Chi dovesse essere il protagonista è chiaro: basta notare che Andy somiglia molto al padre Charles (Albert Finney). Il film segnala subito la sua specialità isolandolo nel prologo, un coito (post-)interrotto con la moglie Gina (Marisa Tomei). Lumet torna sempre da lui, e fa di Hank, scalmanato ma naturale complice in sangue, la grama nuvola della dannazione.
Dentro un appartamento a Manhattan, vetrate aperte sulla città, Lumet staziona con Andy sul cerimoniale del suo dimenticatoio. È una scena, nel racconto che sprofonda in ordine movibile, incrollabile, è il vero funerale del film che sostituisce quasi quello di mamma Nanette (Rosemary Harris). Si svolge in un luogo che sarà decisivo da un punto di vista drammaturgico, ma che sintetizza anche l'umore micrometrico del film, il fitto contrasto incapsulato nella giustapposizione di geometrie interne (l'appartamento, finemente arredato e piatto) ed esterne (Manhattan a strapiombo). E dentro anche un'annotazione primeva, immagini a cartoni protese come ciclomotore psichico.
Non siamo in Texas, ma l'America è sempre un paese che non è per vecchi. E anche i giovani, i figli non più giovanissimi dei vecchi, pare, non sono messi benissimo. La storia di questo film potrebbe allungarsi molto oltre le sue due ore scarse, potrebbe avere flashback di molto esterni al tempo della storia (anche se la scena sovradescritta agisce quasi da squarcio d'infanzia), dato che —va da sé— non stiamo risalendo all'inverso e poi di nuovo avanti per scoprire la meccanica della faccenda, bensì per capire perché Andy abbia il suo assalto mentre con la moglie torna in auto in città lasciando il ricevimento, la casa del padre dopo il funarale.
Charles Hanson dev'essere il detective del caso. Dovrà essere lui stesso a scoprire l'oppressione congenita di quel Male centripetato nella sua architettura trasmessa, la famiglia. Il racconto temporalmente mosso, reimpresso più volte sui personaggi, è un indice sul quale Charles potrebbe ricostruirsi come sono realmente andate le cose, all'origine. È una traccia d'indagine la peregrinazione continua da dentro a fuori la città, il ritorno speculare a luoghi abbandonati, un districarsi che mina le convinzioni dei rapporti fra le generazioni di figli e padri, il totale somma delle parti. Ma appunto per questo ciò non avviene, il "coito"-inchiesta del padre è interrotto perché sarebbe auto-infliggente, ed il finale sarà dunque ovviamente tombale. Andy e il padre si somigliano, si chiedono scusa, ma gli è geneticamente impossibile perdonarsi.
pubblicata su Cine Zone
















