20/03/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Non ero stato conquistato da Private, e non posso dire di esser stato conquistato adesso da questo secondo di Saverio Costanzo. Eppure, pur non avendo propriamente amato nessuno dei suoi due film, non posso non essere in una qualche misura affascinato dalla loro coerenza, e anche da un certo coraggio: vedo chiaramente in questi film che Costanzo ha una personalità e qualcosa da dire. Spero per il mio bene che in futuro sappia dirmelo anche in una maniera che, oltre a farmi pensare che Costanzo è bravo, possa anche coinvolgermi.La mia è una richiesta forse eccessiva, sicuramente anche ingiusta e superficiale: più che di coinvolgere ad un film bisognerebbe chiedere di mettere in dubbio. E questo è un film di quelli "ostici", e duri a fine visione, un film di un'interiorità guasta, stralci filosofici (e teologici) di cristianesimo ed umanesimo. Costanzo si isola nel privato della ricerca, della superbia della conoscenza e del ministero in terra, in un monastero gesuita nella cui quiete si affacciano gli spettri di un cammino. Non chi è Dio, ma cos'è l'uomo e qual è la sua missione divina.
Per trovare le domande di cui il novizio Andrea (Christo Jivkov) ha bisogno, Costanzo lavora in negativo, esplorando i tempi e ossessionando il luogo. Ma più che quel fantasma dalle forme aliene che vediamo nel crepuscolo del lungo corridoio, i fantasmi del film sono i due altri novizi (Filippo Timi e Fausto Russo Alesi) che abbandonano il monastero. Più delle navi o dei fuochi d'artificio che vediamo fuori dalla finestra alla fine del corridoio, sono loro a segnalare quel fuori campo, le ragioni dell'abbandono, che interroga ed angoscia Andrea, e che alla fine del film avrà una biforcazione: lo spazio che chiude l'isola, che a sua volta ri-chiude il protagonista (viene qui pienamente svelata per ribaltamento la sua prigionia, sottolineata da una fidente voce-over), e quello dietro la camera, infinito, dove si dirige Zanna (Timi).
Un film che pur essendo così concentrico gira attorno al cinema di Bellocchio, alla sua irrealtà realistica, e non è lontano dalle illazioni fissate dai chiodi di Olmi. Costanzo è un autore sul quale secondo me il nostro cinema, così dipendente da una sfinente banalità (e da figli di papà —o peggio, fratelli di fratelli— ben più "presuntuosi" —uso il termine esclusivamente perché qualcuno l'ha usato), deve fare affidamento. Tornando a quanto dicevo in apertura, spero anche che Costanzo stesso, oltre a farmi riflettere, in futuro sappia anche "trascinarmi dentro" un suo film.
















