20/03/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Se l'America non è un paese per vecchi, il Regno Unito neanche. Un paese liberista più che libero. Per Ken Loach questo significa che la sicurezza pensionistica di babbo Geoff (Colin Coughlin) non riesce a capire cosa cavolo stia succedendo alla precaria figlia Angie (Kierston Wareing), bella ragazza madre ossigenata e con labbro-canotto, che non trova una valigetta piena di soldi ma, il che è lo stesso, il giardino sul retro di un pub, dove inizia a fare la spietata con la varia umanità di immigrati bisognosi di un lavoro per la giornata o la settimana.Non per questo però Loach narra adesso dal punto di vista dell'oppressore: Angie è e rimane un'oppressa in tailleur, una fra le tante. Infatti il film torna dove è iniziato. Semmai, Loach narra l'ennesima storia, l'ennesima discesa nell'abbrutimento di chi cerca di mutare il proprio posto sociale puntando sulla fortuna o la furbizia anziché sul sacrificio, e inevitabilmente capitola; più o meno la stessa storia dei Coen e di infiniti altri, insomma, riprendendo lo spunto non peregrino con il quale ho aperto.
Il film è secchissimo nella progressione drammatica, che confonde sottilmente ed opportunamente la scansione temporale, seguendo la linea tesa di arresti e reazioni provocati dalla protagonista. Attraverso di lei, appunto in quanto vittima a sua volta, Loach non fa la paternale ma mette i puntini su cosa vuol dire essere un lavoratore oggi. Per far questo gli servono soprattutto il padre e l'amica coinquilina e co-sfruttatrice (ma più pronta a pentirsi) Rose (Juliet Ellis).
Potrebbe quasi essere un film di genere, non fosse per il realismo sociale del regista, sempre affiancato dalla sceneggiatura di Paul Laverty. Infatti la pellicola convince soprattutto come opera narrativa prima che come opera con una ben nota ideologia. Anche se qualche perdonabile dabbenaggine di scrittura, anche in questo versante, c'è —robetta del genere: alla mia protagonista non piace mettere in pausa un dvd.
















