28/03/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7] Subisce comprensibilmente come un leggero processo di aggiustamento, ma non una crisi di rigetto, il trapianto di Wong Kar Wai in terra americana. My Blueberry Nights appare subito come una pellicola di transizione, e il termine è strano da usare come un'eccezione per il lavoro di un autore i cui personaggi sono sempre vissuti in questo medesimo stato, aspettando incroci, opportunità, rimpianti. Continuano a farlo anche quelli di questo film. Sembra allo stesso modo necessario, perché non ci si può aspettare che, nel raccontare per la prima volta gli incroci nelle vite di non-hongkonghesi, il regista si trovi subito nello stesso identico universo di comprensione che lo legava profondamente a Hong Kong. È dunque una pellicola meno salda, più incerta sebbene più immediatamente "narrativa", nella quale si trovano principalmente conferme, forse qualche primo piccolo impaccio, e —il che è probabilmente ciò che colpisce maggiormente— un po' più di ottimismo.My Blueberry Nights altro non è, una volta di più, che una storia di formazione, declinata stavolta al femminile (sebbene il personaggio maschile percorra a sua volta un cammino parallelo di elaborazione), nella quale però la malinconia pensosa ed auto-riflessiva del regista si incontra col topos americano del viaggio come metafora, ereditandone anche una certa logica fidente conclusiva che permetterà alla protagonista Elizabeth (Norah Jones) di tornare al punto di partenza avendo imparato una lezione, e ancora in tempo per vivere il suo amore con Jeremy (Jude Law).
La cifra di Wong va rintracciata nel fatto che a prevalere nel viaggio, nelle due elaborazioni che giungeranno a ricongiungersi, è però ancora una stasi esistenziale, piuttosto che una liberazione insita nell'atto stesso di viaggiare: è indicativo che per buona parte del tragitto Lizzie stia raccogliendo i soldi per comprare un'auto usata, e nel frattempo debba dunque fermarsi, scendere da un autobus (sul quale, non a caso, non la vediamo mai) e conoscere, incrociare altre persone. Lo specchio altrui, quello di altre due donne sfuggenti ed ingabbiate da un passato decisamente più doloroso del suo —la femme fatale Sue Lynne (Rachel Weisz), separata dal marito Arnie (David Strathairn), e la gambler Leslie (Natalie Portman), alle prese col padre— diventa così la cartina sulla quale si compie la vera esplorazione, figurativamente già espressa nei treni sopraelevati che si incrociavano nei pochi scorci newyorkesi che vediamo.
Anche la metropoli è di fatti incredibilmente ferma su sé stessa, tutta chiusa nello spazio fra il bar di Jeremy e lo spazio fuori dalla sua porta, il cui attraversamento, oltrepassando luci, insegne e vetrate, completa quello che è l'universo chiuso del film, il luogo di ritorno. Dentro di esso, oggetti —e persone— con una data di scadenza, mazzi di chiavi, ed altre porte da trovare aperte o chiuse, con qualcuno ad aspettare o meno. Libero dalla Storia della madre patria, per Wong è tempo di permettere che qualcuno ad aspettare, adesso, ci sia, che le opportunità perse permettano comunque, alla fine, di rimediare. Ad Hong Kong è rimasta quindi la melancolia, quel tocco intriso nell'ambiente stesso (e forse anche nella diversa sensibilità culturale degli interpreti) con la sua carica affettiva e significativa; tutto il resto c'è ancora.
pubblicata su Cine Zone
















