01/04/2008 | di Alberto Di Felice
** [6½] Il figlio d'arte Jake Kasdan (Orange County) incontra il lanciatissimo Judd Apatow, e assieme producono un musical chiara parodia—basta il titolo—del relativamente recente Walk the Line, con dentro anche un po' di Ray e, con tutta probabilità involontariamente, dati i tempi (il film usciva nelle sale americane appena un mese dopo), anche dell'Io non sono qui di Hayes. Co-scritto dai due, il film è ispirato predominantemente alle tematiche care ad Apatow e alla sua band, più o meno le stesse che hanno prodotto 40 anni vergine, Molto incinta e Superbad. Inutile dire che ne eredita i difetti ed i pregi, oltre a un bel po' di facce fra i secondari.Strutturato nella sostanza né più né meno come la pellicola di Mangold, Walk Hard ha sorprendentemente pieno successo proprio nella sua opera "seria" di ricostruzione del mood dei vari decenni nei quali avanza e si abissa per poi risorgere la carriera dell'enfant prodige del titolo. Naturalmente, a questa si sovrappone una scimmiottatura di costume e delle convenzioni da biopic—generiche o specifiche dei modelli citati, mutate, ribaltate o ingigantite (brillante ad esempio la parentesi nel club per neri sulle note di “You Got To Love Your Negro Man”)—che ha spesso smalto, specialmente nella prima parte nella quale le situazioni si succedono in buon numero e con buona frequenza.
Si diceva delle tematiche care ad Apatow. Infatti anche in questa parodia musical (nella quale vanno necessariamente lodati i gustosi pezzi della soundtrack, scritti per l'occasione fra gli altri da Mike Viola e Michael Andrews—Apatow e Kasdan collaborano a tre brani, alla stesura di due dei quali partecipa anche Reilly, che è anche ottimo interprete di tutti i pezzi) troviamo un eterno bambinone pieno di debolezze, ingenuo, irresponsabile e bisognoso di un affetto che possa farlo crescere.
È una ricorrenza che viene piacevolmente mascherata dall'apparente libertà sgangherata della storia, che può giocare sui vari stadi di perdizione attraversati dal protagonista—tradimenti, droghe, crisi artistiche, lotta politica (in difesa dei nani, sperando in un remake de Il mago di Oz)—, e che confluisce in una riunione finale piena di fantasmi/voci della coscienza ben visibili, convocati poco prima dell'esibizione finale di una vita.
Alla fine delle sue provocazioni, anche questo cantante rock dai mille volti deve scoprire che quello che conta nella vita non sono sesso e droga ma la famiglia e gli amici: insomma, la solita filosofia sempliciotta per maschietti di Apatow, assolutoria e consolatoria (bacchetta in mano), che nell'occasione si fa particolarmente inoffensiva accompagnata dallo spirito derisorio conservato fino alla fine—si veda in particolare la didascalia finale con dissolvenza incrociata.
Anche in questo caso, come negli altri di Apatow, va comunque riconosciuta una certa abilità narrativa, in ogni caso sempre penalizzata da una lunghezza—due ore—decisamente spropositata. Tuttavia va notato, da questo punto di vista, che la versione destinata alle sale è più corta di ventiquattro minuti, probabilmente risolvendo alcuni problemi di ritmo presenti nella seconda parte della versione extended da me visionata.
pubblicata su Cine Zone
















