03/04/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Piccolo film intimista, pieno di piccoli spunti. Piuttosto che le commediole inglesi con esile motivetto comico (l'umorismo è totalmente diverso per quantità e qualità) direi che siamo più dalle parti del racconto di formazione nella fredda ed alienata provincia americana (mi par di capire che il film è ambientato nel Midwest USA, sebbene girato in Ontario, ma la cosa non è granché importante), con per protagonista il solito ragazzo non ancora entrato nella vera maturità, che deve affrontare le sue piccole rimozioni emotive ed affettive. Più o meno un altro dei recenti La mia vita a Garden State, Elizabethtown, o Lonesome Jim.Gli altri film di cui parlo sono appunto dei racconti di formazione, e i protagonisti sono tutti dei maturi (immaturi) uomini più o meno nel mezzo dei vent'anni (del genere, i giovani d'oggi che non riescono—vogliamo chiamarla malattia?—a crescere) come quello di questo film. C'è un fratello, ovviamente, maggiore (solitamente i protagonisti di questi film hanno un fratello, o una sorella, maggiore); poi c'è tutto il resto, compresa la donna che lo salva (che in questo caso è sia reale che di plastica), la piccola cittadina, i traumi d'infanzia, i rapporti non chiariti coi parenti (il fratello che l'ha lasciato solo, appunto, più tutta la storia familiare), gli amici buoni della cittadina, un finale di speranza.
Questo film non parla di un uomo malato, se non a un livello superficialissimo. Per capirlo basterebbe prestare la minima attenzione alla cosa più semplice che un film ha per segnalare le proprie intenzioni, ovvero i dialoghi. In particolare basterebbe il dialogo fra la dottoressa/psichiatra Dagmar (Patricia Clarkson), il fratello Gus (Paul Schneider) e la di lui moglie (Emily Mortimer). Trovo interessante premettere che la dottoressa/psichiatra viene presentata non come un dio salvifico con la risposta pronta, ma come una mezza ciarlatana: fa anche la psichiatra (è nient'altro che un medico generico) perché a quella latitudine di psichiatri non ne girano. La Dagmar dice di non pensare che Lars (Ryan Gosling) sia psicotico o schizofrenico: Lars ha una delusion, dice. E questa sua condizione è evidentemente una metafora per una situazione personale (non solo sua: si pensi agli infantili pupazzi dei colleghi in ufficio) che appunto ha origine in un passato e va elaborata. È, appunto, un racconto di formazione, con la "malattia" (che malattia non è) come metafora. E la questione si sposta ben presto alla famiglia e alla comunità. Nello stesso dialogo la psicologa risponde a Gus che le fa «Everyone's gonna laugh at him»: «And you...».
In un altro dialogo, fra Gus e i suoi colleghi a lavoro, uno di loro chiede quale sia la differenza fra una delusion e una hallucination. Gus, che aveva fatto i compiti su Internet (altra cosa: giudicando dai computer e dal giradischi che si vedono nel film, direi che siamo da qualche parte nella metà degli anni '90, più o meno agli albori dell'Internet di grande consumo, e non mi sembra casuale), spiega (ai colleghi e a noi) che è la differenza fra "false belief" e "false perception". Qui il film segnala ancora più chiaramente che la malattia, indipendentemente dalle definizioni tecniche esatte (che interessano relativamente), è appunto un pretesto metaforico: Lars non ha una percezione sbagliata della realtà (infatti la Dagmar dice, come il titolo—“Lars and the Real Girl”, appunto—, che la bambola non è pazzia: «She's real, she's right out there»), semmai è convinto, crede di poter raggiungere una soluzione ai suoi problemi reali attraverso quella bambola.
















