16/04/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7] Non è facile stabilire quanto questo film sia effettivamente di Steve Buscemi, e quanto un progetto ricalcato su uno stampo ben preciso. Metodo e realizzatori sono di fatti mutuati in toto dall'opera di Theo van Gogh, che io purtroppo non conosco se non di fama, ed è più che lecito supporre—anche leggendo le interviste rilasciate da Buscemi, che ne parla come di una puntata de I Soprano—che il direttore della fotografia Thomas Kist e l'aiuto regista Doesjka van Hoogdalem siano più padroni del film di quanto non lo sia il regista stesso. Probabilmente avremo le idee più chiare confrontandolo—oltre che con l'originale—con i prossimi due remake compresi nel progetto “Triple Theo”, Blind Date e 06, che vedranno all'opera Stanley Tucci e John Turturro.Pur tuttavia il lavoro di Buscemi come attore (che adatta anche la sceneggiatura originale di Theodor Holman con David Schechter) e la contemporanea direzione-duetto con la bella Sienna Miller—che nell'occasione, a riprova, è anche brava—danno significative pennellate al film. Si tratta infatti di un pezzo a due, nel quale la delineazione delle parti di personaggio da mostrare e nascondere all'altro serve un discorso abbastanza articolato.
Creando due personaggi interessanti anche e forse soprattutto per tramite delle performance attoriali, in buona sostanza si trova l'ideale congiunzione col metodo ereditato (tre videocamere che riprendono simultaneamente la scena, due delle quali fisse sui singoli attori), che di suo è pronto a spezzare la staticità teatrale dello spazio (quello dove si svolge il corpus del film, il loft della favorita dei rotocalchi Katya) come riflesso di questo meccanismo di vedo/non vedo.
Confacentemente a certo cinismo nordico, la pellicola adotta implicitamente uno schema ad atti, nel quale l'influenza ibseniana non è mai lontana. Attraverso la progressione del rapporto fra Pierre e Katya si rinnova così quello smascheramento dei "pilastri della società" che ha nella donna il perno centrale di riflessione, in un gioco di falsi miraggi, scandali (ma senza scalpore nella scrittura o sensazionalismi visivi) e ricatti, dal quale l'uomo esce infine alquanto malconcio.
Si può probabilmente assumere che l'ambientazione newyorkese giovi in una qualche misura rispetto a quella originale, per la più immediata e influente eco politica—per quanto sempre generica—che può porre in rilievo. Si agisce però soprattutto sui caratteri, nei quali svariate questioni trovano espressione, descrivendo in modo acre le due diverse psicologie a lavoro, e rimanendo soprattutto nell'ambito di un dramma più o meno crudelmente claustrofobico e minimalista.
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